“Ci sono due modi per guardare il volto di una persona. Uno, è guardare gli occhi come parte del volto, l’altro, è guardare gli occhi e basta… come se fossero il volto.”

Alessandro D’Avenia

Nel 2010 Alessandro D’Avenia pubblica il romanzo “Bianca come il latte rossa come il sangue“, rifacendosi alla storia realmente accaduta ad una ragazza morta di leucemia in un liceo romano, nel quale D’Avenia al tempo prestava il ruolo di supplente.

Nel 2013 Giacomo Campiotti ne propone un riadattamento cinematografico. La trasposizione visiva di un libro che tratta tematiche cosi delicate, soprattutto se affrontate in età adolescenziale, non è cosa semplice. Il film inizialmente si scontra con le meccaniche dei teen movies, raccontandoci il rapporto controverso con la scuola, con i professori, con i genitori, e condendo il tutto con l’amore. Quell’amore che ti prende allo stomaco, che non ti fa dormire e che ti pone in contrasto con tutto il mondo, insomma quello adolescenziale che ha fatto crescere ognuno di noi.

Con il susseguirsi delle scene e con l’ avanzare della storia avviene un cambiamento. Bianca come il latte rossa come il sangue diventa più maturo, come se si preparasse ad affrontare la tempesta in arrivo. Lo stesso avviene con il protagonista Leo (Filippo Scacchiano), che scoprirà sulla sua pelle che l’amore è anche sofferenza.

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Scena tratta dal film “Bianca come il latte rossa come il sangue”

Leo è innamorato di Beatrice (Gaia Weiss), bellissima ragazza francese più grande di un anno, che con i suoi capelli rossi tormenta i suoi pensieri. La vede ogni giorno a scuola, ma non ha il coraggio di farsi avanti. Come da manuale Leo ha un’amica Silvia (Aurora Ruffino), altrettanto carina, innamorata di lui da anni, ma che lui non vede se non come una semplice amica.

La scoperta della malattia di Beatrice e la concreta possibilità che lei possa non farcela crea chiaramente un forte contrasto di emozioni in Leo. Se da una parte c’è il dolore, la paura e l’impotenza nei confronti di un mostro così grande, dall’altra emerge la voglia di reagire, di fare qualcosa, di realizzare i sogni di una ragazza che avrebbe voluto mangiarsi il mondo con gli occhi ma che probabilmente non potrà farlo.

Leo sarà costretto a crescere in fretta per potersi rapportare alla situazione. Arriverà alla decisione di donare il suo midollo per salvare la vita di Beatrice. Un atto che risulterà (almeno per lei) inutile, vista l’incompatibilità, ma che ridarà speranza e vita ad un’altra persona.

A supportarlo nelle sue decisioni ci sarà il professore di lettere (Luca Argentero), che lo incoraggerà a credere nei propri sogni. Il ruolo dei genitori è invece marginale, si ha come l’impressione che siano spettatori inermi, non si capisce se troppo o troppo poco connessi alla realtà.

Non so se dipenda dal fatto che sto invecchiando (come dice Jean-Luc Sigle “Invecchiando gli uomini piangono”), o dal fatto di essere genitore, ma questo film mi ha toccato parecchio, mi ha emozionato, mi ha spaventato, mi ha fatto piangere e riflettere. E sinceramente non me l’aspettavo.

di Simone Caputi