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ARTEinCONTEMPORANEA: interviste e recensioni

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Interviste

GIOVANNI CECCHINI – CREATORE DI MONDI MAGICI

Giovanni Cecchini è un pittore nato a Cecina in provincia di Livorno nel 1986. Giunge alla pittura da autodidatta anche grazie ai suoi genitori e ai suoi nonni, pittori e collezionisti d’arte.

Abbiamo deciso di intervistarlo perchè i suoi lavori ci hanno permesso di sognare ad occhi aperti rendendoci protagonisti di mondi magici.

Per chi ancora non avesse avuto il piacere di conoscerti attraverso le tue opere, come ti descriveresti? Chi è Giovanni Cecchini?

Sono un marinaio che naviga nel mare dei pensieri e della fantasia…ora la risposta vera: un disordinatissimo pignolo.

Sei giunto alla pittura da autodidatta, grazie anche ai tuoi genitori e ai tuoi nonni, c’è stato un momento particolare in cui hai deciso di fare della tua passione il tuo lavoro?

Si, c’è stato e ne ho memoria perché coincide con la conoscenza di un bravissimo pittore e gallerista che purtroppo non c’è più: Claudio Carotenuto. Per me è stata una persona speciale perché vederlo all’opera e seguirlo nelle mostre da lui organizzate mi ha trasmesso l’ idea di professionalità insieme ai suoi preziosi consigli che tutt’ora seguo.

dipinto di una carpa in mare
Carpa in mare.

A proposito del fare diventare la propria passione un lavoro, come ci si riesce? E’ un percorso automatico e lineare dettato dal talento o bisogna anche “sapersi vendere”?

La mia idea è che quando si ha il talento ti si prospettano delle possibilità. Da qui in poi tutto sta nel “sapersi vendere” e quindi poterle sfruttare al meglio.

dipinto arca della metafisica in mare
Arca della metafisica.

Le tue opere sono fiabe che si consumano con gli occhi. Da chi o cosa prendi ispirazione?

Se si parla di ambito pittorico la risposta è a tutto. Sono una persona molto curiosa e mi piace conoscere, osservare e approfondire ogni pittore che mi colpisce, che sia un artista  affermato o un dilettante, ognuno può insegnarmi qualche soluzione che io non conosco e che poi posso applicare alla mia pittura.

Molti dei tuoi lavori sono accumunati da una sorta di Arca di Noè con a bordo animali, essere umani e svariati oggetti. È il filo conduttore che lega le tue opere? Qual è il significato che gli attribuisci?

 I temi dell’arca e  dell’acqua sono legati a una serie di aspetti. Il primo è perché da velista la mia passione è ovviamente il mare. Vado in barca a vela da quando ho 13 anni e vivo in una località di mare quindi ho un affetto particolare per questo elemento. Seconda cosa ma non per importanza, il tema del mare mi porta alla mente il fluire dei ricordi nelle nostre menti come il fluire stesso del nostro viaggio inteso come vita. Inoltre appare spesso come mezzo di trasporto proprio un arca poiché a mio avviso è l’unica “imbarcazione” in grado di solcare il nostro inconscio visto il suo status di oggetto leggendario.

dipinto arca omero in mare
Arca Omero.

 

Molti degli essere umani raffigurati nelle tue opere hanno gli occhi coperti? Perché questa scelta?

Bella domanda, e mi fa molto piacere che tu me l’abbia chiesto.
Nei miei dipinti tutto quello che emerge è più o meno dettato dal mio inconscio ed io stesso tendo ad impersonificarmi nella figura a volto coperto, questo perché secondo me non esiste miglior espressione pittorica per raffigurare me stesso durante questo processo di elaborazione.

Descrivici la giornata tipo di un pittore del XXI secolo.

Attualmente nella mattina svolgo la professione di geometra. Dopo pranzo mi sposto in studio e comincio a guardare e ritoccare i miei dipinti in fase di ultimazione. Capita che io vada a rifornirmi di nuove tavole di legno e materiali vari nel tardo pomeriggio mentre dal dopocena mi dedico all’imprimitura e preparazione di nuove tavole e spesso è proprio in tarda serata che tendo ad avere una migliore creativita e quindi sviluppo nuovi disegni da poi applicare ai dipinti.

 Progetti futuri?

Attualmente sto lavorando a dei progetti di serigrafia che renderanno la mia arte ancora più accessibile al pubblico mentre, riguardo eventi espositivi futuri, ho appena fissato la data a fine aprile per una mostra patrocinata dalla regione Toscana presso la loro prestigiosa sede.

dipinto albero sull'arca in mare
Albero sull’arca.

 

Sito ufficiale di Giovanni Cecchini.

Intervista a cura di RH – Riding High

 

DUE CHIACCHIERE CON PAOLO NANI

Tutto quello che porta comunicazione e connessione è benvenuto.

Paolo Nani

 

Lo abbiamo ammirato a teatro con lo spettacolo “La lettera”, Paolo Nani diverte, ipnotizza e sorprende il pubblico…Noi lo abbiamo intervistato, venite a scoprire cosa ci ha raccontato…

 

L’ INTERVISTA

1)Sul palco da venticinque anni con oltre 1200 repliche de “La lettera”. Com’è cambiato il pubblico durante tutti questi anni e com’è cambiato lei rispetto a loro?

Se vedo un video del mio spettacolo di 10 anni fa, mi annoio. In 10 anni il ritmo è cambiato non solo per me, ma per tutti sia che vediamo film, Cartoni animati, music video, Il ritmo cambia con il tempo. Il fatto di cambiare mantiene lo spettacolo vivo. Da parte mia sono maturato. Posso dire che sono più bravo ad ascoltare il pubblico e ad improvvisare con loro.

2) Come si diventa Paolo Nani? Qual è stato il percorso che l’ha portata ad essere oggi un artista apprezzato in tutto il mondo?

È una risposta complicata. È iniziata come attore drammatico insieme al Teatro Nucleo di Ferrara, nel 1978. Molto lavoro di allenamento, di acrobatica, imparando molte discipline, imparando a suonare strumenti musicali, sequenze di karate, sequenze di flamenco e tip-tap, lunghe improvvisazioni, metodi attoriali incrociati, e molto altro. Dopo 12 anni in questo gruppo avevo bisogno di provare le mie forze con uno spettacolo comico, perché sentivo di avere un talento particolare per la comicità. Quindi mi sono trasferito in Danimarca, dove insieme Nullo Facchini, direttore della compagnia Teatret Cantabile 2, abbiamo costruito LA LETTERA, nel 1992.

3) Ha detto che “La lettera” è uno spettacolo che si è costruito negli anni, aggiungendo o eliminando scene in base al riscontro del pubblico, ma da dove nasce l’idea originale?

L’idea de LA LETTERA è ispirata “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, dove una scena di una pagina viene ripetuta 99 volte in altrettanti stili letterari. Nel libro si parla di una scena diversa da quella che vediamo nello spettacolo. Per lo spettacolo occorreva qualcosa di visuale, mentre Queneau gioca soprattutto con il linguaggio scritto.

4) Penso che i video che sta condividendo su Facebook siano divertenti e intelligenti. Crede che i Social Network possano essere un mezzo per coinvolgere i giovani e riportarli a teatro?

Sicuramente i social network sono importanti in questo momento. Come lo sono state le radio libere in altri momenti. Tutto quello che porta comunicazione e connessione è benvenuto. I video che ho cominciato a pubblicare sulla mia pagina “PAOLO NANI – C’È VITA FUORI SCENA?” sono un altro modo per divertire e fare pensare, così come mi interessa farlo con i miei spettacoli.

5) Quello de “La lettera” è un testo strutturato maggiormente per un pubblico occidentale, ma che lei è riuscito a rendere universale, facendolo apprezzare in tutto il mondo. Ci racconta un aneddoto divertente che le è capitato durante una delle sue tournée in giro per il mondo?

LA LETTERA non funziona ugualmente in tutto il mondo, anche se mi piacerebbe. In Groenlandia, come ho già detto un paio di volte, è stato difficilissimo. Immagino che sia perché hanno un altro tipo di umorismo. Anche in Giappone non è facile, perché non hanno la cultura dell’applauso, per cui è veramente dura fare spettacolo per un pubblico silenzioso. Alla fine ti fanno un applausino giusto perché glielo chiedi. Dopo uno spettacolo ad Harstad, nel nord della Norvegia mi hanno portato nella baia a vedere il sole di mezzanotte. Quando ho preso un taxi alle due del mattino per tornare all’hotel, il tassista aveva gli occhiali da sole. Il sole era già altissimo … !

6) Nella vita privata e sulla scena, da cosa è influenzato Paolo Nani? Cosa legge? Cosa ascolta?

Vedo molto più cinema che teatro. Studio per fare i video che sto facendo. Ho appena letto “L’arte di passare all’azione” di Gregg Krech (bellissimo! Utilissimo!) e ”La mucca viola” di Seth Godin, che parla di come il mondo è cambiato, e di come sia importante quindi adeguare la propria comunicazione, usando al meglio i social media. Da qui l’idea di fare i video sulla mia pagina. Sono tutti stati visti migliaia di volte. Adesso che c’è gente che vuole vedere i miei spettacoli perché ha visto il video.

7) Come fa a capire se un nuovo personaggio funziona? Lo prova direttamente sul pubblico o lo mostra prima a qualcuno di cui si fida?

Creare un nuovo personaggio è sempre una sfida. Piacerà al pubblico? Non si può mai essere sicuri. La cosa che ho scoperto funziona meglio, è che piaccia a me e che diverta me. Allora in genere fa divertire anche gli altri. In tutti i casi per i miei spettacoli mi occorre sempre un regista di fiducia.

8) Nella sua vita, quali figure hanno sostenuto e quali hanno ostacolato la sua curiosità e crescita artistica?

Ho avuto molti maestri. Spesso senza che lo sapessero. Ho avuto sempre qualche figura artistica che consideravo un obiettivo di riferimento da raggiungere. Torgeir Wethal e Iben Nagel Rassmussen, dell’Odin Teatret. Il clown cecoslovacco Boleck Polivka. Il pianista comico danese Viktor Borge, e moltissimi altri. Anche adesso ne ho.

9) Qual è stato il momento in cui ha capito che fare l’attore sarebbe stata la sua vita?

Nel 1977 vidi “Il libro delle danze” della compagnia danese Odin Teatret – uno spettacolo che mi sconvolse e affascinò. Da quel momento smisi di studiare al DAMS, e cercai in tutti modi di entrare in quel mondo, anche se il teatro fino a quel momento, era l’unica arte che non mi interessava. Quando il Teatro Nucleo arrivo nella mia città, partecipai a un workshop e da lì iniziai a lavorare con loro. Punto.

10) Come definirebbe oggi la comicità?

Mi interessa una comicità di alta qualità, che non sia piatta, e che mostri una vasta gamma di colori della persona e del lavoro dell’attore. Una comicità che arrivi dappertutto; che unisca e non divida. Una comicità come strumento per unire le persone, in quell’attimo di celebrazione della vita che è il teatro.

Intervista a cura di RH – Riding High

http://www.paolonani.com/

https://www.facebook.com/paolonaniteater/?hc_ref=ADS&fref=nf

THE BELIEVERS – DIETRO LE QUINTE CON ALBERTO LOCATELLI E ANDREA PAU

“Ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se le conseguenze più nefaste della connessione globale delle informazioni si fossero rivelate un secolo prima, in un periodo già pesantemente mutato dalle innovazioni tecnologiche”

A. Locatelli – A. Pau

 

INTERVISTA 

1) Che siate bravi a raccontarvi tramite le vostre storie è certo, ma nella vita reale chi sono Alberto e Andrea?

Andrea Pau. Essere umano, sardo, trentacinque anni, creatore di storie, grande amante della birra, severo degustatore di pizze capperi e acciughe.

Alberto Locatelli. Disegnatore analogico, conoscitore di tecniche pittoriche tradizionali ma che sta scoprendo la strada del digitale. Uno che vorrebbe fare tante cose, se ne avesse il tempo.

2) Come nasce la vostra unione artistica? Come vi siete conosciuti? The Believers è la vostra prima collaborazione?

Nasce tutto grazie a IT Comics. Andrea aveva una storia, Alberto la voglia di disegnare: i creatori dell’etichetta (Fabiano Ambu e Francesco Abrignani) ci hanno messo in contatto. Prima di iniziare abbiamo discusso praticamente su tutto… genere, ambientazione, scelta dei protagonisti, ma senza mai incontrarci dal vivo. Parlare davanti a un caffè, a Lucca, ha confermato la bontà del sodalizio. Quindi sì, questa è stata la nostra prima collaborazione.

 

 

 

3) Come nasce l’idea di raccontare una storia cosi attuale in salsa storico/steampunk?

Da una domanda, il classico “what if”. Ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se le conseguenze più nefaste della connessione globale delle informazioni si fossero rivelate un secolo prima, in un periodo già pesantemente mutato dalle innovazioni tecnologiche. La risposta è in queste pagine.

4) È stata la storia di Pau ad ispirare i disegni di Locatelli o viceversa?

AP: È stato un processo particolare. Io avevo uno spunto in mente che riguardava la società Forteana, un’associazione che si ripromette di portare avanti l’opera di Charles Fort, scrittore e catalogatore di notizie curiose. Alberto ha espresso la preferenza per certe ambientazioni, per la Belle Epoque… queste suggestioni ci hanno indicato la direzione della storia, e ispirato la domanda di cui parlavo prima.

AL: Dopo la prima proposta di Andrea mi son ritrovato con la possibilità di prendermi alcune libertà creative (vedi la scelta dell’ambientazione, o i character dei personaggi) che lavorando per gli editori quasi mai si ha. Questa cosa mi ha inizialmente destabilizzato, ma sicuramente mi ha aiutato a crescere professionalmente. Ora sono molto più tranquillo quando si tratta di mettere su carta idee che sono in parte anche mie.

 

5) Quella di “The Believers” è una storia già definita fin dall’inizio del progetto o prende forma e si evolve in corso d’opera?

AP: La “bibbia” del progetto è piuttosto articolata. Ho raccolto una montagna di documentazione (pure troppa!), ma riguarda soprattutto il mondo nel quale i nostri protagonisti si muovono. Idee, notizie, fatti storici… Poi saranno le relazioni, gli scontri tra i personaggi a mandare avanti la vicenda. Su questo, ci siamo lasciati totale libertà d’azione. Tutto può succedere, in pratica.

6) Che periodo vive secondo voi il settore dei fumetti? Avete notato cambiamenti rispetto agli anni passati?

AP: È un periodo di cambiamenti. L’edicola è sempre meno frequentata (parlo per gli altri, eh… io sto pagando la retta del miglior college inglese al figlio del mio edicolante di fiducia), ma di contro il fumetto ha sfondato la parete delle librerie di varia, e quindi è molto più presente di prima. Forse i singoli titoli vendono meno di dieci anni fa, ma c’è una quantità di storie in giro che lascia ben sperare: se il comparto continuerà a crescere, cresceranno anche i compensi per gli autori che, per quanto riguarda i piccoli editori, non sono paragonabili a quelli di realtà dove il fumetto è meno “nicchia” (dico banalmente la Francia, ad esempio).

AL: Al di là del mercato, di cui ha parlato bene Andrea, una cosa che noto oggi è che l’interesse crescente del pubblico (con i fumetti in libreria la Graphic Novel si è guadagnata il meritato riconoscimento culturale) ha portato molta gente a scoprire che fare i fumetti è un mestiere. Il che da una parte è un bene, perché crea un pubblico consapevole e che rispetta il tuo lavoro. Dall’altra crea una quantità impressionante di gente che i fumetti li vorrebbe fare, ma che sostanzialmente non li legge.

7) Qual è stato per ciascuno di voi, il complimento più bello ricevuto per “The Believers”?

AP: “Quando esce il numero tre?”

AL: Il fatto che almeno una volta a settimana qualcuno mi scrive per parlarmi del progetto che ha in mente e che vedrebbe benissimo disegnato tipo The Believers. Questo lo reputo un bel complimento.

 

8) Quale sono state in passato e quali sono oggi le vostre influenze artistiche?

AP: Elenco disordinatamente autori, personaggi, storie: Cavazzano, Tex, Pazienza, Preacher, Alan Moore, Devilman… da ragazzino ho letto (rigorosamente a scrocco) tutto ciò che la mia povertà mi consentiva. Oggi guardo con ammirazione alla capacità che hanno Davide Reviati e Manu Larcenet nel fondere parole e immagini; ammiro la versatilità di Alessandro Bilotta e Brian K. Vaughn; invidio con perfidia Gipi. Fuori dal fumetto, sogno di avere la scrittura sempre fresca di Sergio Atzeni; la prosa semplice ma ricercata di Nicola Lecca; la verve di provincia di Cristiano Cavina.

AL: Tendo a separare le influenze in base a quello che sto disegnando (che poi è una scusa per variare e ispirarsi ad autori dagli stili diametralmente opposti). Quando disegno Don Camillo, oltre a tutto lo staff di colleghi che lavorano con me alla serie, guardo moltissimo Villa e Piccinelli. Per The Believers tengo sempre a portata di mano i fumetti di Sean Gordon Murphy e Rafael Albuquerque. Quando invece illustro ad acquerelli in totale libertà, cerco di far mie le tecniche di disegnatori che mi piacciono o che magari becco casualmente sul web e che mi colpiscono. È divertente, una volta mi ispiro a Sienkewitz, un’altra a Ribic, un’altra ancora a Simone Bianchi. E così via.

9) Un fumetto del passato che avreste voluto disegnare o scrivere voi?

AP: La domanda è difficile. Per i diversi piani di lettura e la qualità infusa nelle pagine dagli autori, credo L’Eternauta di due geni, Héctor Oesterheld e Francisco Solano Lopez. Io sono tutt’altro che un fan boy ma dieci anni fa, quando ho stretto la mano a Lopez, una stretta allo stomaco l’ho provata.

AL: Bone di Jeff Smith, uno dei massimi esempi del fumetto indipendente americano. Invidio Smith e la sua capacità di portare avanti una saga del genere in assoluta libertà e divertendosi un mondo nel farlo (cosa che traspare leggendolo).

Intervista a cura di RH – Riding High

https://rh-ridinghigh.com/2017/02/15/the-believers-di-andrea-pau-e-alberto-locatelli/

http://albertolocatelliartbook.blogspot.it

https://www.facebook.com/carburo.pau?fref=ts

 

NICHOLAS VIVIANI – APPUNTI DI UN FOTOGRAFO VIAGGIATORE

Scegliere una macchina è come scegliere un vestito: ti deve star bene addosso.

Nicholas Viviani

E’ con queste parole che vogliamo introdurre l’intervista fatta a Nicholas Viviani, fotografo cresciuto a Milano e che ha trasformato la sua più grande passione in una realtà fatta di sogni e vita vera.

Chi è Nicholas Viviani? Come ti descriveresti?

Un nostalgico di epoche mai vissute, in bilico perenne tra ciò che osserva e ciò che vorrebbe osservare. Sognatore, a volte.

C’è stato un momento in particolare in cui ti sei innamorato della fotografia o in qualche modo ha sempre fatto parte della tua vita?

Seppur si sia palesata in un periodo particolare della mia vita, sono fermamente convinto di averla da sempre custodita in un piccolo cassetto della mia mente. La macchina fotografica è il modo più efficace per vivere la vita che ho sempre sognato di vivere.

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Qual è stato il tuo percorso? Come sei arrivato ad essere un fotografo professionista?

Il percorso? Una salita che dura tuttora. Ho cominciato quasi per gioco con una vecchia Canon. Nel tempo ho trovato forti legami con campi del sapere che già amavo, ho cominciato a mettermi in gioco e con molti sacrifici ho acquistato le attrezzature più adatte alle mie esigenze.

Scegliere una macchina è come scegliere un vestito: ti deve star bene addosso.

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Cosa vuol dire essere fotografi oggi? In un ambiente sempre più competitivo, in che modo ci si differenzia?

Esser fotografi oggi (come ieri) significa provare a lasciare un’impronta, piccola o grande che sia. Come ci si differenzia? Restando al passo con i tempi e impegnandosi a garantire lavori di buon livello. La qualità paga e pagherà sempre.

Mi hanno colpito i tuoi lavori in cui il rumore è portato all’eccesso, da dove nasce questa idea?

Nasce come una provocazione, una lotta alla assidua e pressante ricerca della “definizione”.

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Prima di scattare, hai già in mente l’immagine che vorresti immortalare o ti lasci guidare dal momento? Da cosa o da chi prendi ispirazione per i tuoi scatti?

Non sempre.

Spesso ci si crea delle aspettative che vengono prontamente deluse. La fotografia è lo specchio dell’ esperienza, del carattere, delle frustrazioni e del proprio bagaglio culturale.

Spesso si trae ispirazione dal passato cercando senza pretese di innovarlo. L’occhio cade sui grandi maestri, sulla letteratura e spesso anche sulla pittura. Tutto ciò che possa essere inquadrato nel “risultato di un’emozione”.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe vivere di fotografia oggi?

Armarsi di molta pazienza e lasciarsi trascinare dall’amore per la propria professione.

Al centro del tuo progetto “Alone” vi è l’uomo, solo e ostaggio del suo tempo. È questo quello che siamo?

Cerco di mettere a fuoco il momento in cui “le luci si spengono”, l’attimo esatto in cui l’uomo è solo. Spesso ci si circonda di facili preoccupazioni, ci si immola in pesanti riflessioni, si ripongono le certezze in un’insipida realtà digitale.

L’impressione è quella di veder l’uomo staccarsi gradualmente dal suo ambiente.

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C’è qualche scatto a cui sei particolarmente legato?

Un bianco e nero portoghese.

Scattavo inconsapevole del fatto che di lì a poco avrei perso una delle persone più importanti della mia vita.

Progetti per il futuro?

Moltissimi.

Alcuni vanno e vengono mentre i più importanti hanno il pregio (e difetto) di condizionare il presente.

Mi auguro di poter viaggiare per sempre.

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www.nicholasviviani.com

RH – RidingHigh

 

 

PATRIZIA MANDANICI – QUANDO LA REALTA’ INCONTRA LA FANTASIA.

“Non avevo ben chiaro il mio futuro, credo che a 25 anni mi sarebbe andato bene qualunque lavoro che avesse compreso l’uso della matita”.

Patrizia Mandanici

La sua lunga carriera vanta collaborazioni con grandi testate come “Avvenimenti” ,”Kaos” e “L’Intrepido”, passando per la Star Comics fino ad arrivare alla Sergio Bonelli Editore, dove realizza disegni per alcune storie di Legs Weaver, Nathan Never e Gregory Hunter. Ma Patrizia Mandanici è molto di più. E’ solo leggendo le sue opere originali e personali che si scopre la sua  vera essenza fatta di passione, cultura ed intelligenza. Noi le abbiamo fatto qualche domanda…

Intervista

1) Chi è Patrizia Mandanici, come ti descriveresti?

Sono una disegnatrice di fumetti, illustratrice talvolta. Amo i libri, gli animali, la scienza, la tecnologia e ultimamente anche le serie tv.

2) Prima il Liceo artistico poi l’’Accademia di Belle Arti, avevi ben chiaro fin da subito che strada avrebbe preso il tuo futuro?

Sì e no. Ho sempre disegnato e i miei genitori hanno assecondato questa mia passione, dato che ci ero anche portata. Vagamente immaginavo di voler fare l’illustratrice (mai la fumettista, mi sembrava una cosa troppo difficile). L’Accademia l’ho frequentata un po’ per caso, ho capito presto che il teatro non faceva per me. Non avevo ben chiaro il mio futuro, credo che a 25 anni mi sarebbe andato bene qualunque lavoro che avesse compreso l’uso della matita.

3) Quali sono le influenze artistiche e non che accompagnano oggi il tuo lavoro?

Oggi dopo tanti anni di lavoro è difficile che qualcosa mi influenzi così tanto da riflettersi sul mio segno, non in maniera così palese, comunque. Ci sono però tanti autori che leggo e seguo con attenzione, sia italiani che stranieri: Paolo Bacilieri, Mammuccari, Cavenago, Fior, Inoue, Taniguchi, Burns, Tomine, ma ce ne sono tanti altri che dimentico. Certamente anche le altre arti visive hanno per me un certo fascino: l’illustrazione, il cinema, le serie tv, i videogiochi.

4) Cosa leggeva Patrizia da adolescente?

Quand’ero adolescente sono rimasta molto colpita da 3 autori: Pratt, Pazienza e Moebius. Autori molto diversi, così come diverse erano le mie letture e le mie passioni. Immagino che tutto mi abbia influenzato, tutto ciò che ho letto negli anni (fumetto francese, supereroi, Bonelli, ecc.) con una predilezione forse per gli autori dal segno netto, pulito, plastico, a volte grafico.

5) In tanti anni di carriera, qual è stato il personaggio o i personaggi ai quali sei rimasta più   legata e perché?

Ossian lo ricordo con affetto perché lì mi sono davvero fatta le ossa e preparata per quello che poi sarebbe stato il lavoro seriale in Bonelli, e poi Gregory Hunter per il tipo di fantascienza scanzonata e piena di alieni che è molto nelle mie corde, e che mi diverte molto. Aggiungerei Legs Weaver, che ho potuto continuare a disegnare anche dopo la fine della serie a lei dedicata: un personaggio femminile forte, ma non così granitico come potrebbe sembrare.

6) Da tempo gestisci e curi un forum dedicato a Manga Studio e Clip Studio, forum nel quale aiuti, guidi e consigli i più o meno esperti a trovare le adeguate soluzioni tecnico/artistiche ai loro problemi. Perché lo fai? L’’insegnamento è un’’altra tua vocazione?

L’insegnamento in senso stretto no, non mi sento molto portata, ma ho scoperto che mi piace aiutare gli altri a risolvere problemi e l’uso di Clip Studio Paint ne porta diversi. Il disegno digitale mi fa sentire più a mio agio, anche nel rapporto con gli altri. Mi sto abituando a pensare che posso fare dei corsi e trasmettere quello che so, e che mi piace anche.

7) Dal tuo punto di vista com’’è cambiata l’’editoria nel settore del fumetto negli ultimi anni? Pensi ci sia più spazio per i giovani?

Sono cambiate tante cose, per forza: cambiamenti tecnologi (anche per quanto riguarda la stampa), cambiamenti culturali, e d’abitudine. Si legge meno, si leggono meno fumetti, ci sono sempre meno edicole. Non aggiungo altro. Per i giovani da una parte è più difficile, data la riduzione delle vendite e quindi delle riviste dove pubblicare, dall’altra hanno a disposizione mezzi che una volta erano impensabili il web, i progetti finanziati (crowdfunding), i social network, ecc.

8) Che consigli daresti a chi volesse intraprendere la tua professione?

Nessun consiglio, non mi sento nella posizione di poterli dare. Mi sembra tutto più confuso e difficile, posso solo dire che, come per tutto, bisogna mettersi sempre in discussione e non dare mai nulla per scontato.

9) Nel 2016 hai pubblicato per Comicout la graphic novel “Cronache dall’ombra”. Ho letto il volume e sono rimasto piacevolmente colpito dalla semplicità e dalla omogeneità che delineano le diverse storie. Quanto la tua vita privata e le tue esperienze personali hanno inciso nell’’evoluzione di queste storie nel corso del tempo?

Nell’evoluzione non saprei, ho sempre scelto un approccio alle storie in cui il nucleo fosse l’esperienza personale in cui poi innestavo altre cose, magari inventate o viste in giro.

10) Nei tuoi racconti c’’è una forte componente intima. Sfogliando le pagine di “Cronache dall’’ombra” si ha come l’’impressione di viverle quelle storie, di essere lì seduto su quel divano o sdraiato su quel letto. L’’immedesimazione è totale e il bilanciamento tra immagini e parole è perfetto. Nel tuo caso, sono le immagini a consigliarti le parole da utilizzare o sono le parole a delineare i contorni dei tuoi personaggi?

Entrambe, non parto mai solo da un’immagine o da delle parole; l’una prende spunto dall’altra, si alimentano a vicenda. Immagino le situazioni per scene, a volte qualche dialogo è già chiaro in mente, a volte no. Lavoro molto su layout abbastanza definiti, dove immagino già la suddivisione delle vignette della tavola, poi magari aggiusto e cambio se mi accorgo che un dialogo richiede più vignette.

https://patriziamandanici.blogspot.it

https://patriziamandanici.jimdo.com/

Intervista a cura di RH – Riding High

CANCER FAMILY – NANCY BOROWICK

Nancy Borowick is a photographer which gave us a lovely present: the “Cancer family“project. In this project Nancy has photographed her parents while they were fighting against a terrible disease, the cancer. Despite what we can think at first, these pictures are an hymn to life and to how can be powerful the true love between two people, before and after death.

We had the pleasure to interview Nancy and make her some questions about this project, source of inspiration for every person that has had the possibility and the luck to see it.

When did you decide to start the “Cancer Family” project? Can you remember a precise moment where you took this decision?

I never really decided to start the project… it just sort of happened. I wanted to spend more time with my parents (not knowing how much time we had left) and by photographing them I could both be there by their sides but also rely on the comfort and lens of the camera through which to understand my world unraveling in front of me.

His and Hers
Dad called these “his and hers chairs.” He would sit beside Mom, his partner and wife of thirty-four years, as they got their weekly chemotherapy treatments. He had just been diagnosed with pancreatic cancer and she was in treatment for breast cancer for the third time in her life. For him it was new and unknown, and for her it was business as usual, another appointment on her calendar. Greenwich, Connecticut. January 2013.

How did you find the strength to take pictures in certain difficult moments? How did you manage to find a balance between being a daughter and a photographer at the same time?

I think my body and my mind were in defense mode the entire time I was photographing them. I think I was trying to protect myself by distracting myself… and photographing my parents, seeing htem as maybe a photo project, strangely allowed me a safe distance from reality. I could focus on the composition and not on the fact that they are having chemo pumped through their veins. By being there, I was also able to advocte for them with the doctors and support them as their daughter, which was important to me.

The Getaway
About to start new rounds of chemotherapy treatment, Dad and Mom take a last minute trip to Florida. Life is about to change dramatically for the Borowick family, and one quick escape from realty was necessary for the mind and body. In the face of their own deaths, they felt that living was important. Naples, Florida. January 2013.

Were you parents aware of the project? How did they react to your intrusiveness as a photographer? Do you have some anecdotes you want to share with us?

My camera slung over my shoulder was a very familiar sight around my family. I was always taking pictures so this was not strange. When I decided that I wanted to photograph them, it was them who first asked me if I would photograph and tell their story. I was lucky that they were so open and trusted me in this way. In some ways they were too open and vulnerable with me and the daughter in me struggled sometimes to figure out how to react!

The Kitchen Dance
Dad always knew how to make Mom laugh. Even when he was feeling completely terrible after seven hours of chemotherapy, he could still bust-a-move and get a smile out of her. Chappaqua, New York. February, 2013.

When was the most difficult moment? Did you ever tell yourself “I can’t do this”?

I never felt like I couldn’t do this or continue shooting but the most difficult moment had to have been burying my mom. It all happened so fast, losing my dad then my mom. It was a blur, and I know I did not take many photographs by this point. I think I started to feel the reality which was that I was going to be an orphan at age 30 and thought I would have my parents for many more decades. It still surprises me at times when I remember that they are gone… because sometimes it just feels like they are on a long vacation. I think I will certainly feel their presence more once I experience bigger life changes, like having children etc.

On The Bathroom Floor
When the doctor calls to give you news about your scan results, who takes such an important phone call in the bathroom? My parents did. As I waited for reactions and information, I saw my Mom beginning to wipe tears from her eyes. It turned out to be good news for both of them- the tumors were shrinking. But what if one had good news and the other had bad? Do you celebrate for yourself, and mourn for the other? Chappaqua, New York. March 2013.

What did you feel when you first saw your project finished?

I don’t think it will ever be finished. I think I will continue to photograph my life, and my family, because life continues after death. I have a nephew now, and he is the new generation of our family. I think my upcoming book will feel more like the completion of the project, however, because it is like a scrap book of our lives… with old photos and found objects tucked inside.

Down The Aisle
Newly engaged, I asked my parents’ doctor if he thought my parents would be around for an October wedding. His response, “Plan it as soon as possible.” I decided that while October was five months away, they were going to make it there. And they did. They mustered all of their strength and walked me arm-in-arm down the aisle. Highland, NY. October 2013.

We all react to pain in different ways, everyone find its own, yours for example was photography. Did it help you?

Yes photography helped me tremendously as I processed what I was going through. As a photographer I spend so much of my time seeing and experiencing the world through my camera so it only made sense that I would lean on that in this situation. What also helped me was how other people reacted to the images. People would see the photographs and then share their stories with me. Because of this, I never felt alone and always felt like I had a community supporting me which was pretty special.

The Last Word
Dad left instructions for his funeral. He requested to be buried in his favorite Giants football jersey (Lawrence Taylor, #56), his favorite pair of jeans, and his HB baseball cap. Even in death he was alive in a sense and brought a smile to mom’s face. Mt. Kisco, New York. December 2013.

Did some relative or friend of yours disagree with your project?

Everyone was pretty much on board. I think, because they were facing the end of their lives, they realized they had nothing to fear by sharing and if their story could resonate or help someone out there then what did they have to lose?

The Oxygen Machine
With tumor growing in her liver causing distension and pressure in her stomach, Laurel struggles to breathe with ease. An oxygen machine is now a permanent fixture in the home and helps her when she feels she needs it. As the days go one, she begins using it more and more as her movement and speech become more labored. Chappaqua, NY. November 2014.

Considered the great attention and appreciation your project has had, do you feel you managed to communicate what you wanted?

I think so. I honestly did not go into this thinking about how it would be recieved or how people would react. I was just living my life as it was happening and then the story really took on a life of its own. I am proud of the reach that it has had and I cry each time I read an email from someone thanking me for sharing. It is a beautiful thing to know that you have helped someone else, especially a stranger.

Nothing But A Whisper
This morning was different from all of the others. Mom could not get out of bed and was no longer speaking in anything but a whisper. Matthew, her son, gave her a kiss on the forehead but got little reaction.

Is there any particular photo of the project you feel more attached to? If yes, why?

As you can imagine, they are all meaningful to me for different reasons and I took hundreds of photographs over the course of the two years I was photographing my family. I look at the photographs every day. I like to remember as much about my parents as possible and I often notice things about myself that I can tell are a direct reflection of who they were. I get to hold onto those things, those qualities, those quirks, that I learned from them and carrying them with my always.

If I had to pick one photograph that was the most important to me it would have to be the one I call “The Embrace.” I have always loved this image because I think it captures my parents in such an interesting way. Because of the cancer, and the way it has affected their bodies and minds, they almost resemble one another, making them feel like one unit. They are together in this, and here they are, mirror images of each other. Also, in some strange way, they resemble babies at the beginning of their lives which is odd but beautiful because they are in fact at the end of their lives. There is clearly so much love in this moment, and I also happened to get lucky with the nice light.

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For many it felt like De Ja Vu. Just one year ago, most of these people gathered in the same location, at the same time, to remember Dad. Now, they reconvene in the same location, at the same time, to remember Mom. She never liked to be the center of attention and now here she was, front and center, surrounded by so many who loved and cared about her. Chappaqua, NY. December 2014.

On which project are you working now?

Well, since my parents died, my husband and I decided to take an adventure and we moved our lives from NYC to the small pacific island of Guam (you may need to look on a map!). Here, I am busy looking for local projects I can dig my teeth into but I am actually publishing a book (coming out in March) about the project which is taking up a lot of my time! Its called The Family Imprint and it is an intimate story of my family, as my parents underwent parallel treatments for stage-four cancer. The story is about life and love more than cancer and death. In a sense, it reads and feels like a scrapbook—and is filled with decades of saved loved letters, keepsakes and other clues about our lives, enriching the larger story which I had been photographing for a few years already.

The Embrace
“So my philosophy on life is, it’s a gift, and any amount of years is a gift- and nobody promised me longevity. No one promised me success. Nobody promised me love. Nobody promised me good friends. Nobody promised me a great career. And yet, I’ve had all these. So, I’m way ahead in the balloting and in accounting. So I have no regrets because without any guarantees of those things, I’ve been able to achieve them and I’ve been blessed with them for a long long time.”- Dad Chappaqua, New York. March 2013.

www.nancyborowick.com

ITALIAN VERSION

Translated by: Erika Orlando

RH – RIDING HIGH

OLTRE L’AMORE, OLTRE LA VITA. DI NANCY BOROWICK

Nancy Borowick è una fotografa che ci ha concesso un dono meraviglioso: il progetto “Cancer family”. In questo progetto Nancy ha fotografato i suoi genitori nel corso della lotta contro una terribile malattia, il cancro. A dispetto di quello che si possa pensare in un primo momento, queste fotografie rappresentano un inno alla vita e a quanto possa essere forte l’amore che lega due persone, prima e dopo la morte.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Nancy e farle qualche domanda su questo progetto, fonte di ispirazione per tutti quelli che hanno avuto la possibilità e fortuna di vederlo.

Quando hai deciso di iniziare il progetto “Cancer Family”? Riesci a ricordare un preciso momento?

In realtà non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso di iniziare questo progetto….è successo e basta. Volevo trascorrere più tempo con i miei genitori (non sapendo quanto ne sarebbe rimasto) e fotografandoli avrei potuto stargli vicino e, al tempo stesso, aggrapparmi alla consolazione dell’obbiettivo, mentre il mio mondo si sgretolava davanti ai miei occhi.

His and HersPapà le chiamava “le loro sedie”. Si sedeva accanto a mamma, sua moglie e compagna di un viaggio lungo 34 anni, per il loro appuntamento settimanale di chemioterapia. Lui subito dopo aver scoperto di avere un cancro al pancreas e lei alla sua terza chemio per il cancro al seno. Per lui era una novità del tutto sconosciuta, mentre per lei era la normalità, solo un altro impegno da segnare sul calendario. Greenwich, Connecticut, gennaio 2013.

Dove hai trovato la forza di continuare a fotografare nei momenti più difficili? Come sei riuscita a trovare un equilibrio tra il tuo essere figlia e fotografa allo stesso tempo?

Credo semplicemente che il mio corpo e la mia mente fossero in “modalità difesa” per tutto il tempo in cui li ho fotografati. Credo che fosse un modo per proteggermi attraverso una distrazione…e fotografare i miei genitori vedendoli come un progetto di lavoro, stranamente mi ha permesso di mantenere una sorta di distanza di sicurezza dalla realtà. Potevo concentrarmi sulla composizione fotografica, piuttosto che sul fatto che gli stessero iniettando farmaci chemioterapici nelle vene. Stando lì potevo fare da tramite nel rapporto con i vari medici ed esserci come figlia, cosa che per me era fondamentale.

The GetawayPrima di iniziare un nuovo ciclo di chemio, mamma e papà hanno fatto una vacanza last minute in Florida. La vita stava per cambiare inesorabilmente per la famiglia Borowick e, sia le loro menti che i loro corpi, avevano bisogno di una piccola fuga dalla realtà. All’avvicinarsi della propria morte avevano sentito più forte il bisogno di vivere. Naples, Florida, gennaio 2013.

I tuoi sapevano del progetto? Come hanno reagito alla tua invadenza come fotografa? Vuoi raccontarci qualche aneddoto?

Per la mia famiglia era normale vedermi sempre con la fotocamera appesa al collo. Facevo fotografie di continuo, quindi non era una cosa strana per loro. Quando ho deciso di cominciare a fotografarli, loro stessi mi hanno chiesto di documentare ciò che gli stava accadendo e raccontare la loro storia con le mie immagini. Sono stata molto fortunata ad aver trovato in loro una tale disponibilità e fiducia in me. In un certo senso con me erano fin troppo disponibili e vulnerabili, e la figlia che era in me a volte non sapeva proprio come reagire!

The Kitchen Dance

Papà sapeva sempre come far ridere mamma. Anche quando era a pezzi dopo sette ore di chemioterapia, faceva una mossa delle sue e riusciva a strapparle un sorriso.
Chappaqua, New York, febbraio 2013.

Qual è stato il momento più difficile? Ti sei mai detta “non posso farlo”?

Non ho mai pensato di non potercela fare o di dover smettere di fare foto, ma il momento più difficile è stato senza dubbio seppellire mia madre. E’ successo tutto così in fretta: prima ho perso mio padre e subito dopo mia madre. E’ stato devastante, e da quel momento in poi non ho più fatto molte foto. Credo di aver capito solo allora ciò che mi era accaduto, ovvero che sarei diventata orfana all’età di 30 anni, quando invece avevo sempre pensato che i miei genitori avrebbero vissuto molto più a lungo. A volte ancora mi stupisco quando mi ricordo che non ci sono più… perché in un certo senso sembra che siano solo partiti per una lunga vacanza. Penso che li sentirò molto più vicini quando vivrò dei grandi cambiamenti, come ad esempio la maternità.

On The Bathroom FloorQuando finalmente arriva la telefonata del tuo medico con il responso delle ecografie, a chi verrebbe mai in mente di rispondere dal bagno? I miei genitori l’hanno fatto. Mentre aspettavo la risposta, ho visto mia madre scoppiare in lacrime. Alla fine ho scoperto che erano buone notizie per entrambi – i tumori stavano regredendo. Ma cosa sarebbe successo se uno avesse avuto una buona notizia e l’altro no? Si riesce ad essere felici per se stessi, mentre si piange per l’altro? Chappaqua, New York, marzo 2013.

Cos’hai pensato quando hai visto per la prima volta il tuo progetto finito?

Non credo che sarà mai finito. Penso che continuerò a fotografare la mia vita e la mia famiglia, perché la vita continua anche oltre la morte. Ora ho un nipotino, e lui rappresenta la nuova generazione della mia famiglia. Tuttavia, forse il mio prossimo libro rappresenta una sorta di conclusione di questo progetto, perché è una specie di album di famiglia…pieno di vecchie foto e oggetti cari ritrovati chissà dove.

Down The Aisle

Appena fidanzata, chiesi al medico dei miei genitori se pensava che sarebbero riusciti ad assistere al mio matrimonio in ottobre. La sua risposta fu: “Lo organizzi il prima possibile.” Mancavano solo cinque mesi e decisi che ce l’avrebbero fatta. E così fu. Hanno raccolto tutte le loro forze e mi hanno accompagnato all’altare.
Highland, NY, ottobre 2013.

Ognuno di noi ha il suo modo personale di reagire di fronte al dolore, il tuo per esempio è stato la fotografia. Ti ha aiutato?

Sì, la fotografia mi è stata di grande aiuto nel sopportare tutto ciò che mi stava accadendo. Come fotografa, non posso fare a meno di guardare il mondo e fare esperienza di esso attraverso l’obiettivo della mia macchina fotografica. Quindi, per me, l’unica via possibile era di affidarmi alla fotocamera in quella situazione…Un’altra cosa che mi ha aiutato davvero molto è stata la reazione della gente alle mie fotografie. La gente restava incantata davanti alle mie foto e spesso poi mi confidava la propria storia. Grazie a questo non mi sono mai sentita sola perché avevo il supporto di un’intera comunità attorno a me, cosa di cui sono davvero onorata.

The Last Word

Papà aveva lasciato indicazioni per il suo funerale. Aveva chiesto di essere sepolto con la sua maglia preferita dei Giants (Lawrence Taylor, #56), i suoi jeans preferiti e il suo cappellino da baseball degli HB. Anche da morto in un certo senso era vivo ed era riuscito a regalare un ultimo sorriso alla mamma.
Mt. Kisco, New York, dicembre 2013.

C’è stato qualche parente o amico che non ha approvato il tuo progetto?

Quasi tutti hanno approvato. In quanto ai miei, credo che il vedere avvicinarsi la fine gli abbia fatto capire che non avevano nulla da temere nel condividere la loro storia. Anzi, se la loro storia avesse girato il mondo e avesse potuto aiutare altre persone, cosa avrebbero avuto da perdere?

The Oxygen Machine

Con il tumore che le cresceva nel fegato, e gonfiandosi le premeva sullo stomaco, Laurel faceva sempre più fatica a respirare. La macchina dell’ossigeno era ormai parte dell’arredamento di casa e l’aiutava ogni volta che ne sentiva il bisogno. Con il passare dei giorni aveva iniziato a usarla sempre di più, perché sia muoversi che parlare era diventato complicato per lei.
Chappaqua, New York, novembre 2014.

Considerata la grande attenzione e l’eco che il tuo progetto ha ottenuto, ritieni di essere riuscita nel tuo intento?

Penso di sì. Sinceramente, quando ho iniziato questa cosa, non l’ho fatto pensando a come la gente avrebbe reagito. Io stavo soltanto vivendo la mia vita e la cosa ha preso forma praticamente da sola. Sono fiera del grande riscontro che ha avuto e mi commuovo tutte le volte che leggo una mail di qualcuno che mi ringrazia per averla condivisa. E’ una sensazione stupenda sapere di avere aiutato qualcuno, soprattutto se si tratta di uno sconosciuto.

Nothing But A Whisper

Stamattina è stata diversa da tutte le altre. Mamma non è riuscita ad alzarsi dal letto e non ha pronunciato altro che sussurri. Suo figlio Matthew le ha dato un bacio, ma ha ottenuto ben poca reazione.

C’è una foto del progetto alla quale sei particolarmente legata? Se sì, per quale motivo?

Come potrai ben immaginare, ognuna di queste foto è speciale per me per motivi diversi, e ne ho scattate veramente a centinaia durante i due anni in cui ho fatto il reportage della mia famiglia. Le riguardo ogni giorno. Mi piace ricordare il più possibile dei miei genitori e spesso noto delle cose in me che sono il riflesso diretto di come erano loro. Mi attacco a queste piccole cose, ai loro pregi e difetti, che ho ereditato e che porterò sempre con me.
Se proprio dovessi scegliere una foto fra tutte, senza ombra di dubbio sarebbe quella che io chiamo “L’Abbraccio”. E’ un’immagine che ho sempre amato molto, perché credo che riesca a catturare l’essenza dei miei genitori in un modo davvero particolare. A causa del cancro avevano iniziato ad assomigliarsi, fisicamente e mentalmente, tanto da sembrare una cosa sola. Questa cosa li ha uniti ed eccoli lì, l’uno lo specchio dell’altra. Inoltre, per qualche strana ragione somigliano ai neonati quando sono al principio della loro esistenza, cosa piuttosto strana, ma anche a suo modo poetica, se pensi che in realtà si trovano alla fine della loro vita. Quella foto è riuscita a fermare un momento di grande amore, e poi sono stata fortunata con la luce.

nb_10Per molti è stato come un déjà vu. Solo un anno prima la maggior parte di queste persone si erano riunite nello stesso posto, alla stessa ora, per ricordare papà. Ora eccoli di nuovo nello stesso posto, alla stessa ora, per ricordare mamma. A lei non era mai piaciuto essere al centro dell’attenzione, ed ora invece lo era, proprio lì davanti a tutti, circondata da coloro che l’avevano amata. Chappaqua, New York, dicembre 2014.

A che cosa stai lavorando ora?

Dalla morte dei miei genitori, mio marito ed io abbiamo deciso di iniziare una nuova avventura e da New York ci siamo trasferiti in una piccola isola del pacifico di nome Guam (forse dovrai cercarla su una cartina!). Qui sono molto indaffarata nella ricerca di progetti locali in cui tuffarmi, ma a dire il vero, sto per pubblicare un libro (in uscita a marzo) sul mio progetto e questo richiede moltissimo tempo! Si chiama “The Family Imprint “(“Impronte di famiglia”) ed è un ritratto intimo della mia famiglia durante la terapia contro il loro cancro al quarto stadio. E’ una storia che parla più di vita e di amore, che di cancro e di morte. In un certo senso è una sorta di album di famiglia- pieno di lettere d’amore conservate per decenni, piccoli ricordi e oggetti che completano il racconto più grande, iniziato con le mie fotografie qualche anno prima.

The Embrace

“Io seguo quella filosofia di vita secondo cui ogni momento è un regalo, ogni anno in più è un regalo, e nessuno mi ha mai promesso la longevità. Nessuno mi ha mai garantito il successo, o l’amore, o dei buoni amici. Tuttavia, ho avuto ognuna di queste cose, perciò il mio bilancio non può che essere positivo. Non ho nessun rimpianto perché non erano cose scontate e io le ho avute tutte, e anche per moltissimo tempo.”
Papà, Chappaqua, New York, marzo 2013.

www.nancyborowick.com

ENGLISH VERSION

Traduzione a cura di: Erika Orlando

RH – Riding High

SIMONA BINNI – DISEGNARE LE EMOZIONI

Simona Binni nasce a Roma nel 1975, si laurea in Psicologia dello sviluppo evolutivo e frequenta la Scuola Romana del Fumetto dove si diploma. Da qui ha inizio la sua brillante carriera professionale, diverse collaborazioni internazionali e tre opere personali (Dammi la mano, Amina e il Vulcano e Silverwood lake). Opere queste, che  affermano e confermano la sua bravura, la sua sensibilità e la sua capacità di raccontare storie coinvolgenti. Tra i consigli letterari dell’ Huffingtsonpost per nel 2016, noi di RH, abbiamo avuto il piacere di intervistarla…

 

1) Scrivere storie e descrivere i tuoi personaggi ti riesce bene, ma come descriveresti te stessa?

Una persona piena di trasporto per le persone e le cose che ama. Vivo in modo molto intenso ogni situazione, nel bene e nel male. Da qui la mia voglia e necessità di raccontare storie…
Mi piace il silenzio e il mare. Mi piace parlare con la gente, anche la più diversa da me perché, in fondo, ci assomigliamo tutti. Siamo esseri umani. Tutti.

2) Quanto c’è di Simona nei personaggi e nelle storie che racconti?

In tutto quello che racconto ci sono sempre io. Questo non significa aver fatto sempre esperienza diretta di ogni situazione, ma almeno aver fatto delle ricerche, approfondito e conosciuto un argomento, questo si. Poi, il perché certe cose interessino, è un’altra domanda e non me l’hai fatta!!

3) Nelle tue opere, sono le parole a regalarti delle immagini, o sono le immagini a tirar fuori le parole?

Entrambe le cose. Lascio che arrivino e che siano di ispirazione. Non importa cosa arrivi prima, l’uno è di stimolo per l’altro.

4) Le illustrazioni di Silverwood lake, il tuo ultimo lavoro, hanno qualcosa di diverso dai tuoi lavori precedenti, il tratto sembra più maturo, più vissuto. Cos’è cambiato? È stata una scelta stilistica?

Si, ho scelto di cambiare. Per molteplici ragioni. Anzitutto perché mi annoio a fare sempre la stessa cosa e poi perché il tratto cambia e si evolve insieme a noi.
Cresciamo e lui anche, in modo simbiotico.

5) Quando hai capito che l’illustrazione e la scrittura sarebbero potuti diventare il lavoro della tua vita?

Quando ero bambina, lo sognavo. Oggi spesso mi capita di non realizzare che sia un lavoro, perché fa parte di me, lo è sempre stato. Racconto storie, disegnando, da che ne ho memoria. Forse lo faccio semplicemente perché tutto il resto non andava bene per me.

6) Cosa leggeva Simona Binni da adolescente?

Da adolescente è l’unico periodo della mia vita in cui leggevo davvero poco. Preferivo la musica, scrivere le mie cose e uscire. Leggevo tanto da piccola e poi in età adulta leggere è diventata una vera e propria passione. Leggo di tutto. Narrativa, saggi, gialli, fantasy, ovviamente fumetti! Ci sono in giro troppe cose belle per precludersi un genere.

7) Quali sono stati gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato o ai quali ti sei ispirata sia come scrittrice che come disegnatrice?

In realtà non ho autori di riferimento nello specifico. Quello che mi piace oggi, domani forse cambierà. Io ho sempre raccontato le cose che avevo dentro e fare una buona scuola di fumetto, mi ha dato la giusta tecnica. Poi lo studio degli autori, quello è una costante. Bisogna guardare tutto. Tutto!

8) Quali sono i tuoi progetti lavorativi futuri?

Una nuova storia e un altro po’ di cosine, che ultimamente stanno arrivando copiose…

9) Diverse le citazioni che introducono i capitoli di Silverwood Lake, si va da Emily Dickinson a Sigmund Freud passando per capolavori cinematografici come Pulp Fiction e Trainspotting fino a Murakami Haruki e Anne Sexton. Proprio quest’ultima scrive ” Non importa chi fosse mio padre, importa chi ricordo che fosse” poche parole che ti entrano dentro.

A volte è giusto che certe cose parlino per te. In quel momento è già stato trovato il modo perfetto di esprimere quel concetto e io vorrei farlo proprio in quel modo, perché non ce ne potrebbe essere un altro. È come se avessero chiuso un cerchio. E allora va bene così, lascio che lo facciano al posto mio.

10) Da cosa deriva il nome Silverwood Lake?

È un lago realmente esistente, si trova in California, negli Stati Uniti. La storia è ambientata li. Come titolo mi sembrava onesto. E suonava bene… almeno a me!!

 

Intervista di RH – Riding High

SAM MAHER, L’OSCURO STRUMENTISTA

Sam Maher è un ragazzo australiano che di professione fa il musicista viaggiatore. Il suo fedele compagno di viaggio è un particolarissimo strumento di recente invenzione, l’handpan, in grado di produrre suoni evocativi e celestiali.

Sam è cittadino del mondo, è il mondo ad essere il suo palco e grazie ad una presenza costante sul web riesce a far viaggiare con la mente anche chi lo ascolta.

Per tutte le persone che in Italia ancora non hanno avuto il piacere di conoscerti ma soprattutto di ascoltare la tua musica, chi è Sam Maher?

Mi piace considerarmi un musicista, un viaggiatore, un osservatore e un ascoltatore a tempo pieno. Sono conosciuto soprattutto per il mio particolare modo di suonare l’”handpan”, uno strumento più unico che raro inventato in Svizzera nel 2000.

Come nasce l’idea di suonare uno strumento cosi particolare come l’ handpan?

Sono un percussionista che ha trascorso la maggior parte della sua esistenza a percuotere oggetti con delle bacchette, sperimentando una grande varietà di rumori e di suoni. Essendo una persona istintivamente portata per la melodia, appena ho scoperto l’esistenza dell’handpan, il mio unico pensiero è stato come ottenerne uno. Il solo fatto che esistesse uno strumento che permetteva di combinare l’uso del ritmo con la capacità di produrre suoni di una bellezza sconvolgente mi entusiasmava. La mia ossessione non ha trovato pace finché non sono riuscito a procurarmene uno l’anno successivo. Ne sono rimasto davvero stregato.

Dove hai imparato a suonarlo? Sei un autodidatta o hai preso delle lezioni?

Sono completamente autodidatta. Ho passato ore ed ore sul mio divano a sperimentare con lo strumento. Alla fine ho deciso di passare alla strada – ed è lì che la vera lezione ha avuto inizio- ho scoperto un nuovo approccio allo strumento osservando le reazioni della gente che passava. Ad esempio, se l’atmosfera attorno a me era tranquilla e le persone passeggiavano rilassate, io suonavo una melodia lenta. Se invece capitava all’improvviso qualcosa di esaltante, mi affrettavo a velocizzare il ritmo e ad accordare la mia musica alla situazione del momento. Credo che per me suonare l’handpan fosse il modo di registrare ciò che mi accadeva intorno ogni giorno. Questo è stato di certo l’insegnamento più importante.

L’ascolto di un’enorme varietà di generi musicali, cosa che faccio da sempre, è stato fondamentale nella mia crescita come musicista- di fatto assorbo la struttura delle varie melodie che sento, piuttosto che concentrarmi soltanto sul ritmo. Inoltre ho cercato di documentarmi il più possibile sui video delle esibizioni di Manu Delago, artista che mi è stato di grande ispirazione. Non soltanto per il lavoro che ha fatto con l’handpan, ma anche per le sue collaborazioni con artisti del calibro di Bjork, l’Orchestra Cinematica e la London Symphony Orchestra.

Cosa ti ha portato a lasciare Perth (Australia) e a partire con il tuo strumento in giro per il mondo?

All’epoca suonavo contemporaneamente in qualcosa come cinque band, lavoravo full time e facevo anche del volontariato qua e là. Insomma, stavo soccombendo sotto la mole di impegni che io stesso mi ero preso. Credo che avessi semplicemente bisogno di riprendere fiato e di provare qualcosa di più vero- di fare esperienza del mondo. Avevo già vissuto momenti molto intensi e, in un certo senso per me rivelatori, suonando per le strade di Perth, che mi avevano fatto riflettere sui miei valori e sulla direzione che volevo dare alla mia vita. Mi ero fissato una quantità irragionevole di obiettivi troppo ambiziosi, che mi stavano consumando lentamente. Era uno stile di vita del tutto dannoso e autolesionista. L’handpan è stato per me come il biglietto vincente per un viaggio di riscoperta del contatto con le persone. Ho sentito dentro di me un irrefrenabile bisogno di lanciarmi in questa avventura- perciò ho accettato la sfida e mi sono buttato. E’ stata la più difficile, ma anche la migliore, decisione della mia vita.

Ti ho visto suonare l’handpan in diversi posti nel mondo, ma quello che (almeno qui in Italia) ti  rappresenta maggiormente è la stazione metropolitana di Brooklin. Ha un significato particolare per te suonare lì? o è una scelta dettata solo dalla grande affluenza di persone che quotidianamente la frequentano?

C’è una sorta di romanticismo che aleggia nella metropolitana di New York, che non è facile da spiegare a parole. E’ come un cuore pulsante di vita. C’è così tanto talento nascosto sotto quella città! E’ un fenomeno davvero misterioso e inspiegabile. Andare a suonare lì è sempre stato un sogno per me. Impiegavo anche ore a trovare un bell’angolino tutto per me e  neanche mezz’ora dopo venivo cacciato in malo modo oppure arrivava qualcuno che mi diceva: “Ehi, amico. Sei Pazzo? Farai meglio a spostarti di lì- quello è il posto del vecchio Leroy- ci suona da 35 anni!” Là sotto tutto seguiva una gerarchia ben precisa- quelli che lo facevano già da una vita avevano la priorità, poi c’erano i buskers (artisti di strada) ufficiali con la licenza, ai quali venivano assegnate postazioni in orari prestabiliti, e infine c’erano i “vagabondi”, come me – che giravano per la metro senza sosta in cerca di un angolino tranquillo dove poter suonare anche solo per 10 minuti. Inoltre c’era una sorta di faida/lotta/guerra perenne tra i vagabondi e la security della metro, il che rendeva la cosa ancora più difficile. Dovrebbero proprio farci un documentario sulla vita là sotto. Era sfiancante, ma eccitante e diverso da qualunque altro posto nel mondo. Certe sere tornavo a casa camminando nella neve con le dita sanguinanti,  le tasche piene di biglietti da un dollaro e un enorme sorriso febbrile stampato in volto.

Cosa significa oggi essere un artista di strada? Posso definirti tale?

Io non mi considero più un busker- ormai mi accade di rado di suonare per strada, anche se la considero tuttora una parte fondamentale della mia vita, che mi ha reso quello che sono oggi. Quando giravo, pensavo che fare l’artista di strada fosse un modo per riuscire a entrare in contatto con persone con le quali altrimenti non avrei mai avuto a che fare. Mi ha aperto le porte a così tante esperienze uniche nel loro genere, ha abbattuto molte barriere e ha guidato la mia vita nella direzione in cui sta andando oggi. All’epoca suonare per strada era tutta la mia vita, e ora ripenso a quell’anno busker come a una delle fasi più prolifiche e cruciali della mia vita- ha cambiato tutto.

Ti definisci “Oscuro strumentista” perche?

Mi piace l’idea di creare musica con oggetti insospettabili e vedere l’effetto che fa nella gente. Per me l’handpan/hang è in cima a questa lista di strumenti cosiddetti “oscuri”. Ma ce ne sono moltissimi altri che riescono a suscitare altrettante reazioni nella gente- l’array mbira, l’armonica a bicchieri, la kalimba, il didgeridoo, il susafono, il mio preferito- la bottiglie semipiena- e la lista potrebbe continuare all’infinito. Un giorno mi piacerebbe avere una stanza piena di tutti questi oggetti meravigliosi e poter passare il resto della mia vita a usarli per incantare le persone.

Di cosa ti occupavi prima di iniziare quest’avventura?

Come ho già detto, suonavo la batteria in cinque band. Alcune di queste sono poi riuscite a fare grandi cose. Io nel frattempo lavoravo a tempo pieno come tecnico ortopedico in una clinica. Era un lavoro piuttosto sicuro e anche con una certa possibilità di carriera- avevo la sensazione di vivere una doppia vita. La sera facevo le prove, o le serate o le registrazioni dei dischi e la mattina dopo mi svegliavo presto e andavo a lavorare per tutto il giorno. A volte mi sentivo come uno zombie. E’ stato un periodo davvero sfiancante.

Cosa provi mentre suoni?

Dipende da dove e in che momento sto suonando. Se suono da solo a casa, sperimento in totale libertà e facilmente cado in una sorta di trance. Per strada è come se assorbissi l’atmosfera intorno a me per poi metterla nella mia musica. Durante i concerti di solito sono più concentrato e conscio del fatto che si tratta di una performance. In generale suonare mi rilassa sempre molto.

Ho letto che hai viaggiato molto insieme alla tua ragazza, è stata dura convincerla o ha appoggiato immediatamente la tua scelta di vita?

Lisa mi ha seguito in un viaggio di 14 mesi attraverso il Sud e il Centro America. Alla partenza ci siamo fatti una promessa: avremmo viaggiato il più lontano possibile e soltanto via terra o via mare- mai in aereo. Questa regola ha rappresentato una sfida incredibile, ma è stata anche di grande motivazione per entrambi. Ad essere sincero, il nostro vero progetto iniziale era questo, non la musica. Ho suonato quasi tutti i giorni in ogni posto in cui siamo stati. I soldi che raccoglievamo venivano spesi quasi interamente per pagarci il viaggio per la meta successiva. In qualche rara occasione di giornate particolarmente buone, ci concedevamo il lusso di mangiare al ristorante o di dormire in una pensione più carina oppure di fare i semplici turisti come chiunque altro. Era una grande fortuna poter viaggiare in quel modo e poter condividere tutto questo con Lisa. Mentre io mi esibivo per strada, Lisa ne approfittava per scrivere o per esplorare la zona da sola. Qualche volta veniva a vedermi e con le sue foto documentava le mie interazioni con le persone. Era meraviglioso che lei potesse catturare così tanti momenti magici con i suoi scatti rubati. Viaggiare a lungo nel Terzo Mondo con la tua dolce metà, per quanto incredibile, a volte può essere davvero impegnativo. Perciò questi preziosi momenti di solitudine avevano un immenso valore per entrambi. Tutto sommato per noi non è stato per niente difficile.

Quali sono state e quali sono le tue influenze musicali?

In quanto collezionista di vinili faccio sempre un po’ fatica a definire quali siano le mie influenze musicali. Sono alla ricerca costante di nuovi suoni, di suoni perduti o di suoni alternativi e attraverso fasi diverse di forte interesse per specifici generi musicali. Sono in costante evoluzione. Ad esempio, un mese fa mi sono immerso profondamente nell’avanguardia elettronica. Ascoltavo artisti come Arca, Oneohtrix Point Never e Jon Hopkins. La scoperta di Jon Hopkins ha fatto sì che mi addentrassi nella sua musica fino ai suoi lavori più sconosciuti di pianista minimalista, che mi hanno fatto scoprire la musica del compositore afro-americano Julius Eastman, che a sua volta mi ha condotto ad Arthur Russel, un musicista pazzesco del tutto inclassificabile, la cui musica mi ha ossessionato per mesi. Tutto questo mi ha riportato sulla strada del freak-folk e dell’outsider music e in qualche modo mi ha fatto riscoprire sonorità dimenticate degli anni ’70 e via dicendo.
Se dovessi indicare un artista in particolare che ha avuto una grande influenza sul mio modo di suonare l’handpan, direi Bjork e tutti i musicisti con i quali lei sceglie di collaborare.

Tra tutti i luoghi in cui a suonato, qual è quello che ti ha emozionato di più?

Una volta sono riuscito a suonare al centro della Gran Central Station di New York per una ventina di minuti prima che la security mi sbattesse fuori. E’ stata un’esperienza surreale. Venti minuti di pura e inaspettata estasi. In Argentina la mia musica è stata accolta con grande calore, mentre i boliviani erano di certo i più perplessi. Suonare in quei Paesi è stata comunque ogni volta un’esperienza speciale e unica.

Ho visto sul tuo profilo Facebook che cerchi ospitalità in Inghilterra, Svizzera, India, Francia e Stati uniti per  nuove avventure musicali, ti ha già contattato qualcuno? Dove ti troveremo nei prossimi mesi?

Come no! A ottobre sono stato a Londra, passando poi per Singapore, dove ho partecipato alla Fashion Week. Ho in programma delle fantastiche collaborazioni e degli spettacoli in giro per il Regno Unito, l’Europa, l’America e l’India, quindi credo che avrete sicuramente occasione di trovarmi nei prossimi mesi. Al momento non posso rivelarvi troppo di questi progetti, ma sono certo che li scoprirete presto;)

Intervista di RH Riding High

Traduzione di Erika Orlando

hand-pan-1

For all those in Italy, who still don’t know you, but above all haven’t had the pleasure to hear your music yet, could you tell them who is Sam Maher?

I like to consider myself a musician, a traveller, a full-time observer and a listener. I’m mostly known for my playing style on the “handpan”, a rare and unique instrument invented in Switzerland in 2000.

Where did the idea to play a particular instrument such as the hand pan come from?

I am drummer who has spent most of his musical life hitting things with sticks, making variations of thuds and clangs. As someone who is instinctively in-tune with melody, when I discovered the Handpan I became immediately obsessed with the idea of finding one. Something that combined the use of rhythm but also had the capability of producing such hauntingly beautiful tones really excited me. I didn’t stop obsessing until I acquired one over a year later. It really drew me in.

Where did you learn to play it? Are you self-taught or did you take lessons?

I am completely self-taught. I spent many hours on my couch experimenting with the instrument. Eventually I took to the streets – this is where the real lessons began – I figured out certain methods of approaching the instrument from the reactions of the people walking by. Like, if it was a quiet day and people were relaxed and cruising around slowly I would play accordingly. If something exciting burst out around me I would quicken the pace and play accordingly. I suppose I thought of it as sound tracking the everyday happenings in-front of me. This was the most important lesson of them all.

Listening to a huge variety of music, as I usually do, plays a huge part in my development as a player – absorbing the structures of melodies in songs rather than just focusing on the rhythms. I also observed as much as I could from videos of Manu Delago playing. He has been an absolutely huge influence. Not just in his work with the Handpan, but with his collaborations with artist like Bjork, the cinematic orchestra and the London Symphony Orchestra.

What led you to leave Perth (Australia) and start a journey around the world with your instrument?

At the time I was drumming in something like 5 bands, working full-time, doing some charity work here and there and pretty much running myself into the ground with all of the commitments I had tangled myself up in. I think I just needed to let go of it all and experience something real – experience the world. I had had some really honest and eye-opening experiences busking on the streets in Perth which had me reflecting on my values and direction. I was living in an overly ambitious, poisonous mind-set at the time and it was really bringing me down. The instrument felt like my golden ticket to travel and connect with people from all walks of life and I had an uncontrollably itch to get out into it – so I just took the risk and did it. It was the hardest and best decision I had ever had to make.

I saw videos of you playing the hand pan in many different places all over the world, but the most representative of you (at least in Italy) is the Brooklyn underground station. To play there does it have a particular meaning to you? Or did you just choose the place for the great amount of people passing there by every day?

There is a romance in New York’s subway scene that can’t really be explained in few words. It pulsates with life. There is so much talent hidden underneath that city, it’s unfathomable. It had always been a dream to go down there and perform. It would take me hours to get a good spot and only 30 minutes to get kicked out, or for someone to come along and be like “man are you crazy, you better get outta that spot – thats ol’ Leroys space – he’s been playing there for 35 years!”

This was the hierarchy down there – cats who had been stomping around for a lifetime got priority, then you had official buskers with licenses who were given official locations for official amounts of time, then you had jumpers – like me – who would ride the subways for hours looking for spots to perform in 10 minute burts. There was also this on-going feud between the jumpers and the rail authority which added to the drama of it all. Someone should really make a documentary down there. It was exhausting, exciting and unlike any other place in the world. I would be walking home in the snow at the end of the day bleeding from my thumbs with pockets full of $1 bills and a huge shivering smile on my face.

What does it mean to be a busker? Can I use this word to define you?

I don’t consider myself a busker anymore – It is a rare occasion for me nowadays to perform on the streets, though I do still consider it to be a fundamental part of my life, and it definitely brought me to where I am today.

When I was travelling I thought of busking more as a way to communicate with people I wouldn’t be able to otherwise. It opened the doors to so many unique experiences, broke down barriers and steered my life in the direction it heads today. So – I guess it meant the world to me then, and I know I will look back at that year on the road as a busker as one of the most seminal and important phases of my life – it changed everything.

On Facebook you define yourself as “obscure instrumentalist”. What do you mean by that?

I like the idea of creating music from unsuspecting items and watching the reactions it draws from people. The Handpan / Hang seems to be at the top of this obscure instrument list. But there are plenty of others that strike the same reaction – the array mbira, the glass harmonica, the kalimba, the didgeridoo, zeusaphone, my personal fav – the half-filled-metal-water-bottle – and the list goes on the deeper you look. One day I want a room full of these unique beauties so I can blow people’s minds for the rest of my life.

What did you do before starting this adventure?

As I said earlier I was drumming in about 5 bands. Some of which went on to do great things. I was working full time as an Orthopaedic Technician at a hospital, which was a pretty secure, comfortable job with a large ladder available to climb – it felt like I was living a double life. I would rehearse or play shows or record in the evenings and then wake up early and work all day. I felt like a zombie sometimes. They were busy days.

What do you feel while you’re playing?

It depends where and when I’m playing. If I’m sitting down experimenting at home it is easy for me to fall into a repetitive trance-like state. On the streets I absorb the moods around me and that leaks into what I play. For concerts I’m usually more focused and am conscious of putting on a show.

Generally speaking, I feel at great ease when I play.

I read you travelled a lot with your girlfriend. Was it difficult to involve her in your project or did she immediately approved your life choice?

Lisa joined me for a 14-month trip through Central and South America. We swore to each other from the beginning to travel as far and as wide as possible, solely by land or sea – no flying. This was an amazing challenge and motivator for both of us. To be honest, this was the real project for us, not the music.

I busked almost every day in every location we went. The money was almost entirely put towards getting us to the next location. Occasionally on a good day I would splash out and eat at a proper restaurant or sleep in a nicer hostel or do a proper tourist activity like everyone else, and it was a beautiful gift to be able to travel like that and to be able to share it with Lisa. When I was doing my daily busk Lisa would take that as her chance to write, or explore the area by herself and every now again she would come watch and take photos of the interactions I was making. It was amazing to have so many moments captured by her sneaking around like that.

Travelling long-term in the third world with your other half, as amazing as it is, can be a real challenge at times, so these precious moments of solitude were endlessly valuable to both of us. It wasn’t difficult at all.

Which has been and which are now your musical influences?

I collect vinyl records so to talk about my influences is always a difficult thing to pin-point. I am constantly looking backwards and forwards for new sound, lost sounds, different sound and I go through serious phases of specific things. It’s a constant evolution.

For example – a month ago I dived deep into avant-garde electronica. Listening to artists such as Arca and Oneohtrix Point Never and Jon Hopkins. The Jon Hopkins connection had me peering into his back-catalogue where I found his minimalist piano works, which led me to discovering the music of deceased African-American composer Julius Eastman, who had a connection with Arthur Russel, an amazing unclassifiable musician who I’d obsessed over several months before. This steered me back down the road of freak-folk and outsider’s music and somehow led me to digging out long-lost disco tunes from the 70’s, and so on and so forth.

I suppose if I were to mention one artist that has had a great effect on me in terms of the Handpan it would be Bjork; and the musicians and artists she chooses to work with.

Among all the places you have played, which one did touch you the most?

I managed to sit down in the middle of Grand Central Station in NYC for about 20 minutes before getting booted out by security. I felt like I was in a simulation or something. 20 minutes of pure unbelievable bliss.

Argentina was amazingly receptive to my music and Bolivia was by far the most perplexed by it. Everywhere I performed in those countries was unique and special.

If you ask me this exact question in 2 months’ time, I will have some fantastic answers for you.

I saw on your Facebook profile that you’re looking for a comfortable couch to overnight in UK, Switzerland, France and USA to start a new music adventure. Have you already got any offers? Where will we see you in the next months?

Yep, I will be flying over to London on the 31st of October via Singapore where I will be performing at the Singapore Fashion Festival. I have some amazing collaborations and performances locked in throughout UK, Europe, USA and India, so I guess you can find me there in the next couple of months. I can’t talk too much about any of these projects just yet, but I’m sure you will hear about them soon.

Interview of RH Riding High

Translation by Erika Orlando

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