Dario Rossi, l’artista di strada che con la sua musica, il suo sound e i suoi strumenti,  sta conquistando tutta l’Europa, si racconta a RH.

Dario Rossi è un giovane pieno di talento e di passione per quello che fa, ama stare a contatto diretto con il suo pubblico in un continuo scambio di emozioni. Andiamo a conoscerlo meglio…

RH: Per chi ancora non avesse avuto il piacere di conoscerti e ascoltarti, come ti descriveresti?

DR: Sono un performer che produce musica elettronica molto vicina alla techno, utilizzando materiale di scarto e di riciclo. Quello che mi distingue da un dj è che non utilizzo degli strumenti digitali ma oggetti di scarto come pentole o materiali edili. Ho iniziato questo percorso in strada circa tre anni fa, negli ultimi tempi anche locali, club e festival hanno iniziato a interessarsi al mio progetto e alla mia musica, poiché molto simile a quella prodotta dai dj.

RH: Da Roma a Berlino passando per Lisbona, Londra, Amsterdam, Milano solo per citarne alcune, sei riuscito a incantare con il tuo sound le piazze di mezza Europa, qual è il tuo segreto?

DR: Credo che il mio segreto sia sostanzialmente il modo in cui interagisco con il pubblico. Vivo questa mia passione e questo mio lavoro in modo molto spontaneo e credo di riuscire a comunicare me stesso attraverso la mia arte.

RH: Hai parlato del genere techno, al quale vieni associato, hai scelto tu questo genere, o sono stati gli strumenti che ti hanno portato in quella direzione?

DR: Penso siano stati diversi fattori a portarmi in quella direzione, ho chiaramente influenze techno e trance, provengo da diversi background e aree musicali, ma ammetto che anche gli strumenti che utilizzo hanno avuto il loro peso.

RH: Tra tutte le piazze nelle quali hai suonato, in quale ti sei sentito più libero di esprimerti, più a casa?

DR: Per quanto riguarda l’estero sono state Amsterdam, Berlino e Barcellona, in Italia credo Bologna.

RH: Com’è nata l’idea di partire e diventare un artista di strada?

DR: L’idea è nata nel 2011 quando abitavo a Londra, ed è nata dall’esigenza di comunicare qualcosa alle persone in una modalità che fosse totalmente svincolata da quella dei club o dei festival. Volevo crearmi il mio palcoscenico sulla strada, una vetrina libera che mi mettesse in contatto diretto con le persone.

RH: l’artista di strada è in totale contatto con il pubblico, potresti raccontarci un aneddoto divertente che ti è capitato nelle piazze durante i tuoi concerti?

DR: Di situazioni divertenti ce ne sono sicuramente di più in strada che nei locali, perché nei locali la clientela è spesso alterata dal fatto di bere alcool e ascoltare musica. In strada succedono cose diverse, mi viene in mente un tipo che a Camden Town, durante un mio concerto si è tolto la maglietta e ha iniziato a ballarmi intorno a torso nudo e costume.

RH: Che genere di musica ascoltavi da adolescente e quanto questa influisce oggi sul tuo stile?

DR: Ha influito moltissimo, io vengo da un background new wave anni 80, pop punk. Mi rifaccio molto a gruppi come i “Television” e i “New Order”, ascoltavo maggiormente musica anni ’80, industrial e techno inizi anni ’90, quindi con un sound elettronico, che mi ha portato a una concezione molto analogica di suono.

RH: I tuoi strumenti sono oggetti di vita quotidiana o riciclati come pentole, padelle, secchi di plastica, tubi, rottami da cantiere, pezzi di arredamento. Viaggi con un kit fisso, o recuperi gli strumenti sul posto?

DR: Ho un mio kit di strumenti fisso, ma spesso mi piace aggiungere oggetti che ritengo interessanti o li scambio con quelli presenti. Sono sempre alla ricerca di nuovi suoni.

RH: Per chi volesse vederti dal vivo, dove sarai nei prossimi mesi?

DR: Sono tornato da poco dallo Sziget Festival di Budapest,  il 24 agosto sono a Laboratori Sociali Alchera presso il Centro polifunzionale “Vittorio Arrigoni”, Laterza (TA), mentre il 25 agosto mi esibirò alla 5a edizione dell’ Indivisibile Festival, Torano nuovo (TE). Le date successive potete trovarle sulle mie pagine social.

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Intervista a cura di RH-Ridinghigh

Realizzata in collaborazione con  Emiliana Costa

Traduzione a cura di Erika Orlando

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