Tutto quello che porta comunicazione e connessione è benvenuto.

Paolo Nani

 

Lo abbiamo ammirato a teatro con lo spettacolo “La lettera”, Paolo Nani diverte, ipnotizza e sorprende il pubblico…Noi lo abbiamo intervistato, venite a scoprire cosa ci ha raccontato…

 

L’ INTERVISTA

1)Sul palco da venticinque anni con oltre 1200 repliche de “La lettera”. Com’è cambiato il pubblico durante tutti questi anni e com’è cambiato lei rispetto a loro?

Se vedo un video del mio spettacolo di 10 anni fa, mi annoio. In 10 anni il ritmo è cambiato non solo per me, ma per tutti sia che vediamo film, Cartoni animati, music video, Il ritmo cambia con il tempo. Il fatto di cambiare mantiene lo spettacolo vivo. Da parte mia sono maturato. Posso dire che sono più bravo ad ascoltare il pubblico e ad improvvisare con loro.

2) Come si diventa Paolo Nani? Qual è stato il percorso che l’ha portata ad essere oggi un artista apprezzato in tutto il mondo?

È una risposta complicata. È iniziata come attore drammatico insieme al Teatro Nucleo di Ferrara, nel 1978. Molto lavoro di allenamento, di acrobatica, imparando molte discipline, imparando a suonare strumenti musicali, sequenze di karate, sequenze di flamenco e tip-tap, lunghe improvvisazioni, metodi attoriali incrociati, e molto altro. Dopo 12 anni in questo gruppo avevo bisogno di provare le mie forze con uno spettacolo comico, perché sentivo di avere un talento particolare per la comicità. Quindi mi sono trasferito in Danimarca, dove insieme Nullo Facchini, direttore della compagnia Teatret Cantabile 2, abbiamo costruito LA LETTERA, nel 1992.

3) Ha detto che “La lettera” è uno spettacolo che si è costruito negli anni, aggiungendo o eliminando scene in base al riscontro del pubblico, ma da dove nasce l’idea originale?

L’idea de LA LETTERA è ispirata “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, dove una scena di una pagina viene ripetuta 99 volte in altrettanti stili letterari. Nel libro si parla di una scena diversa da quella che vediamo nello spettacolo. Per lo spettacolo occorreva qualcosa di visuale, mentre Queneau gioca soprattutto con il linguaggio scritto.

4) Penso che i video che sta condividendo su Facebook siano divertenti e intelligenti. Crede che i Social Network possano essere un mezzo per coinvolgere i giovani e riportarli a teatro?

Sicuramente i social network sono importanti in questo momento. Come lo sono state le radio libere in altri momenti. Tutto quello che porta comunicazione e connessione è benvenuto. I video che ho cominciato a pubblicare sulla mia pagina “PAOLO NANI – C’È VITA FUORI SCENA?” sono un altro modo per divertire e fare pensare, così come mi interessa farlo con i miei spettacoli.

5) Quello de “La lettera” è un testo strutturato maggiormente per un pubblico occidentale, ma che lei è riuscito a rendere universale, facendolo apprezzare in tutto il mondo. Ci racconta un aneddoto divertente che le è capitato durante una delle sue tournée in giro per il mondo?

LA LETTERA non funziona ugualmente in tutto il mondo, anche se mi piacerebbe. In Groenlandia, come ho già detto un paio di volte, è stato difficilissimo. Immagino che sia perché hanno un altro tipo di umorismo. Anche in Giappone non è facile, perché non hanno la cultura dell’applauso, per cui è veramente dura fare spettacolo per un pubblico silenzioso. Alla fine ti fanno un applausino giusto perché glielo chiedi. Dopo uno spettacolo ad Harstad, nel nord della Norvegia mi hanno portato nella baia a vedere il sole di mezzanotte. Quando ho preso un taxi alle due del mattino per tornare all’hotel, il tassista aveva gli occhiali da sole. Il sole era già altissimo … !

6) Nella vita privata e sulla scena, da cosa è influenzato Paolo Nani? Cosa legge? Cosa ascolta?

Vedo molto più cinema che teatro. Studio per fare i video che sto facendo. Ho appena letto “L’arte di passare all’azione” di Gregg Krech (bellissimo! Utilissimo!) e ”La mucca viola” di Seth Godin, che parla di come il mondo è cambiato, e di come sia importante quindi adeguare la propria comunicazione, usando al meglio i social media. Da qui l’idea di fare i video sulla mia pagina. Sono tutti stati visti migliaia di volte. Adesso che c’è gente che vuole vedere i miei spettacoli perché ha visto il video.

7) Come fa a capire se un nuovo personaggio funziona? Lo prova direttamente sul pubblico o lo mostra prima a qualcuno di cui si fida?

Creare un nuovo personaggio è sempre una sfida. Piacerà al pubblico? Non si può mai essere sicuri. La cosa che ho scoperto funziona meglio, è che piaccia a me e che diverta me. Allora in genere fa divertire anche gli altri. In tutti i casi per i miei spettacoli mi occorre sempre un regista di fiducia.

8) Nella sua vita, quali figure hanno sostenuto e quali hanno ostacolato la sua curiosità e crescita artistica?

Ho avuto molti maestri. Spesso senza che lo sapessero. Ho avuto sempre qualche figura artistica che consideravo un obiettivo di riferimento da raggiungere. Torgeir Wethal e Iben Nagel Rassmussen, dell’Odin Teatret. Il clown cecoslovacco Boleck Polivka. Il pianista comico danese Viktor Borge, e moltissimi altri. Anche adesso ne ho.

9) Qual è stato il momento in cui ha capito che fare l’attore sarebbe stata la sua vita?

Nel 1977 vidi “Il libro delle danze” della compagnia danese Odin Teatret – uno spettacolo che mi sconvolse e affascinò. Da quel momento smisi di studiare al DAMS, e cercai in tutti modi di entrare in quel mondo, anche se il teatro fino a quel momento, era l’unica arte che non mi interessava. Quando il Teatro Nucleo arrivo nella mia città, partecipai a un workshop e da lì iniziai a lavorare con loro. Punto.

10) Come definirebbe oggi la comicità?

Mi interessa una comicità di alta qualità, che non sia piatta, e che mostri una vasta gamma di colori della persona e del lavoro dell’attore. Una comicità che arrivi dappertutto; che unisca e non divida. Una comicità come strumento per unire le persone, in quell’attimo di celebrazione della vita che è il teatro.

Intervista a cura di RH – Riding High

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