Elisa Boccanera, classe 1978. Laureata in Lingue e Letterature straniere, attualmente è traduttrice per il Ministero della Giustizia.

Dopo aver letto, apprezzato e recensito “Puntini e altre storie dell’Aldilato“, opera prima di Elisa Boccanera, abbiamo deciso di farle qualche domanda per conoscerla meglio e scoprire qualcosa in più sull’ Aldilato.

 

RH: Chi è Elisa Boccanera? Descriviti con tre aggettivi.

EB: E se usassimo tre titoli?

  • Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf
  • Vivere per raccontarla, di Gabriel García Márquez
  • Come un romanzo, di Daniel Pennac

RH: Quando e com’è iniziata la tua passione per la scrittura e per le parole?

EB: Da piccolissima: già a 4 anni il mio gioco preferito era imitare le file di lettere colorate che mia madre lasciava per me sulla lavagna magnetica. A 8 anni ho scritto la prima storia: era d’estate e avevo scoperto che erano nati dei gattini nel caminetto di mia nonna… Scriverne era il mio tentativo di intrappolare quella gioia, per poterla rivivere e condividere.

RH: Quali sono stati gli autori che hanno maggiormente influenzato la tua scrittura? 

EB: Amo le storie in cui la realtà viene spinta fino all’ultimo angolo di cui dispone, al confine con il surreale. Puntini non esisterebbe senza i “Sei personaggi in cerca di autore” di Pirandello e la rivoluzione letteraria che ha comportato. Ci sono autori che ritengo stilisticamente inarrivabili, come Italo Calvino e Virginia Woolf, per esempio, e di cui a un certo punto ho iniziato a centellinare la lettura: quando so che di un autore così non possono essere pubblicate nuove opere sento il dovere di farmi un regalo a tempo, conservando per il futuro almeno qualche titolo ‘a gioia certa’.

RH: Se dovessi scegliere un libro da portare nell’Aldilato, quale sarebbe?

EB: Prediligo i testi di stile – a volte a danno dell’intreccio stesso – e credo che in Puntini si avverta chiaramente: è un sogno, un vaneggiamento. Una ‘non storia’ in cui si narra quasi per sbaglio, in cui più che tre personaggi convivono tre voci e ciò che accade è quasi casuale, al contrario di quelle pulsioni esatte e profonde costantemente spinte in primo piano. Ma un solo libro, un solo titolo, non basta. Visto che l’Aldilato è terra di incompiutezza, potrei portarci proprio questa domanda sospesa: chissà che non si trovi ancora lì, la sua risposta.

RH: Che distanza c’è tra te e lo scrittore in cerca d’ispirazione del tuo libro? 

EB: La stessa che divide due amici nel momento in cui capiscono che, crescendo, hanno superato i confini della loro amicizia: è stato bello, ma adesso siamo diventati altro, e ognuno va per la sua strada. La lezione da imparare però è la stessa per entrambi: nulla è possibile, finché non ti osservi mentre lo fai accadere.

RH: “Puntini e altre storie dell’Aldilato” è la tua opera prima, un lavoro che ha avuto un percorso lungo e travagliato, qual è stato il motivo di tanta attesa?

EB: Puntini è rimasto incompiuto e in un cassetto per molto tempo perché, ad ogni rilettura, vinceva sempre il timore che mi si potesse leggere dentro. Con il passare degli anni ho capito che la sua forza era proprio quella: essere diventato il manifesto di un mondo interiore che, nonostante gli alti e bassi della vita, era rimasto immutato. Ed essendo fatto di parole e di storie, alla fine, non aveva molto di cui vergognarsi.

RH: Qual è se c’è, il messaggio che hai voluto trasmettere nel libro?

EB: I tre personaggi, chiusi e fermi nelle proprie convinzioni, sembra non abbiano voglia di insegnare niente a nessuno. Ma, sul finale, è la storia stessa a lasciare un consiglio, un incoraggiamento: è importante ultimare, portare a termine. Ci sono gesti che restano incompiuti per quel timore di ritrovarsi più fragili, ma la paura non è mai una buona scusa: sarà solo saltando sulla riva di un gesto compiuto che scopriremo com’è che si vive nei nostri desideri.

RH: Ho visto che in questo periodo sei in giro per la promozione del libro, com’è stato l’impatto diretto con i lettori? Hai trovato i giusti stimoli per andare avanti?

EB: Sono solo all’inizio ma è stato emozionante sia confrontarsi con i futuri lettori durante le presentazioni che ricevere i primi pareri. Ho capito che non è un libro ‘facile’: per alcuni risulta troppo denso. Avendo voluto condensare il mio amore per l’arte della parola in poche pagine, non posso che condividere! Ma c’è stato anche chi si è affezionato profondamente ai personaggi ed ha trovato piacevole una scrittura diversa. Non immaginavo nemmeno la pubblicazione: avere addirittura trovato dei lettori ideali per me è una soddisfazione immensa!

RH: Nascondere i propri sogni o pensieri in un cassetto spesso è la strada più semplice, o quantomeno quella che ci tiene più al sicuro, protetti dal giudizio altrui. Dopo tanti anni tu hai deciso di aprirlo quel cassetto e di tirar fuori le tue potenzialità. Felice di averlo fatto? 

EB: Felice di aver messo la coda alla storia che mi ha svelato l’esistenza dell’Aldilato e che, suo malgrado, contribuiva a popolarlo. Da oggi c’è un progetto incompiuto in meno, da quelle parti…

RH: Questo significa che dovremo aspettarci altre storie? Altre parole?

EB: Lo spero! Ce ne sono diverse, iniziate tempo fa, che chiedono di riuscire a ‘compiersi’: non è facile trovare la giusta ispirazione per concludere qualcosa che è stato scritto mentre ci si trovava in latitudini (fisiche e soprattutto interiori) diverse. Occorre uno sforzo per rientrare in contatto con una parte di noi che è cresciuta e che non si riconosce più in certe forme di ingenuità (stilistica e contenutistica). È successo anche con Puntini ma, nel rispetto del principio stesso dell’Aldilato, non posso lasciarle indietro. Reclamano carta, occhi, forme di condivisione. Vita.

RH: Ritieni che l’Aldilato sia esclusivamente un luogo di eterni falliti e progetti incompiuti o potrebbe anche essere una sorta di sala d’attesa per idee che hanno solo bisogno di trovare il momento giusto per essere dette?

EB: Mi piace pensarlo esattamente così: un limbo, un non luogo dal quale essere spronati ad uscire abbandonando i propri timori. Da buona fan dell’amicizia sostengo l’idea di convivialità che unisce tutti i personaggi lasciati a metà: nel quotidiano manca sempre di più il piacere del contatto, della propensione allo scambio ‘dal vivo’. Le partite a poker modificato, con la birra a riposare nell’unico igloo dell’Aldilato, sono il simbolo di una forma semplice di gioia tutta umana: quella dello stare insieme, anche quando sei un personaggio e ti mancano almeno mille pagine per dirti completo ed esistente.

RH: Leggendo il libro e seguendoti sui social, appare evidente un amore smisurato per i titoli, come e quando e venuto fuori il tuo titolo “Puntini e altre storie dell’Aldilato”?

EB: Arrivata alla fine della storia, non ho potuto fare a meno di scegliere un titolo e un sottotitolo che fossero una palese dichiarazione di stima nei confronti di G., il protagonista morale di Puntini. Il suo bizzarro punto di vista e la sua dimensione andavano debitamente celebrati: in fondo, senza le sue ostinate passioni, questa storia non esisterebbe.

RH: Io ho dato una mia interpretazione alla copertina del tuo libro che per ora non ti dirò, qual è la tua?  

EB: Il tronco nel racconto ha un valore simbolico e, pur non parlando mai, rappresenta la voce di una coscienza saggia, antica e severa. Al contrario del narratore, però, è infinitamente autoironico e in copertina ha chiesto di apparire ‘sotto copertura’: ha voluto giusto una parrucca di foglie e un paio di occhiali neri. Basta poco, a volte, per uscire dal ruolo e tornare a sentirsi giovani.

RH: Se potessi scegliere, tra i libri che hai letto qual è quello che avresti voluto scrivere?

EB: Mi piace pensare che sia fra quelli ancora in attesa di lettura: Calvino, Woolf, non fa differenza. Sono certa sapranno mantenere quella promessa di stupore che li ho costretti a dichiarare.

Intervista a cura di RH

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