“Se guardi e non riesci a vedere, forse il problema è che in realtà non stai ascoltando te stesso”.

“Il suono del mondo a memoria” è la prima graphic novel del fumettista romano classe 1983 Giacomo Keison Bevilacqua, che segna anche il suo debutto ai colori.

Uno, due, tre e quattro.

Sam il protagonista de “Il suono del mondo a memoria” conta, conta ogni cosa e lo fa a tempo di musica. Conta i secondi prima di addormentarsi, conta i minuti che mancano all’arrivo del treno, conta le persone che parlano tra loro faccia a faccia. Lo fa perché contare lo aiuta a non pensare alla casualità, perché la casualità gli mette l’ansia. Numeri e regole.

Due mesi, tanto durerà la sfida che Sam e il suo editor Jorge, lanciano a New York. Due mesi nei quali dovrà sopravvivere non rivolgendo parola a nessuno. Non ci saranno intrusioni dall’esterno, saranno le sue fotografie, i suoni della città e le vibrazioni di “I’ve grown accustomed to her face” di Bill Evans, accompagnati dalla tromba di Chet Baker, nelle sue cuffie a raccontare la sua esperienza al suo ritorno.

Sfogliare questo volume da soddisfazione, sia per la sua compostezza donatagli dalla copertina rigida, sia per la qualità dei disegni.

Ho trovato la New York di Bevilacqua molto evocativa. C’è un distacco dalla solita rappresentazione fredda e cupa, qui si nota una grande ricercatezza nei colori, nelle tonalità, nelle luci e nelle ombre di una Manhattan in continua evoluzione.

Sono trascorsi diversi anni dalla mia visita nella Grande Mela, ma osservando i disegni, ho ritrovato esattamente quei contrasti e quei giochi di luce che il sole crea quando s’intrufola tra i grattacieli.

“Il suono del mondo a memoria” è una storia difficile da raccontare, è un percorso dal quale ognuno di noi può trarre le proprie conclusioni e ritrovare un po’ di se stesso. Un percorso che inconsciamente porta a farsi delle domande.

Una storia che scorre lentamente tra le strade di una New York frenetica che non si ferma mai.

Sam non crede nel destino, ma più tempo passa in quella città, più ha la sensazione di trovarsi in un posto dove le cose accadono perché sono destinate ad accadere.

Sarà realmente così?

di Simone Caputi

“ Mi ero trovato, più di una volta, a pensare a quanto, anche una semplice gomitata, a New York, avrebbe potuto influire sulle traiettorie di vita di ogni singolo individuo”.