Quando abbiamo battuto le mani eravamo tutti d’accordo. E lo abbiamo fatto proprio dall’inizio, quando si è capito subito che l’attore era in vena: che lui non era venuto, ma il suo personaggio sì.

Poi ancora, quando dietro lo stesso attore, di personaggi, ne sono usciti altri.
Quelli ai margini della sua storia e anche quelli che non c’entravano molto.
Cambiando a mestiere non tanto la voce, quanto il gesto di accompagnamento: chè non le senti le mani, la testa, il busto, il piede destro quando aiutano la voce a mettersi addosso un altro nome, l’ennesimo. Ma è così che va – quando uno è bravo forte, si intende.

Eravamo di nuovo d’accordo quando, sempre battendo le mani, in realtà stavamo dicendo “Vai, bel colpo. Fatti valere. Fai questa revolución anche per me”.
Per noi, seduti qui al buio, con le nostre mani che vanno all’unisono solo grazie al tuo coraggio imparato a memoria.

Il senso dello spettacolo poteva essere una lunga riflessione sull’azzeramento di certe umanità ma, lì per lì, non si è potuto far molto per evitare l’immedesimazione: come in una tombola di torti, tutti a ricordare che questo è uscito anche a me, o a mio padre, a mia sorella. Consapevoli che il troppo buono che sale sul podio della rivincita sarà sempre e solo una possibilità da palcoscenico, da schermo, da finzione.

Troppo difficile che l’uomo della strada cambi a quel modo, cioè davvero: che si inietti dal nulla una forza che non sa riconoscere se non nell’altro e inizi a sbaragliare le offese, le bestialità di quei cannibali con la bocca sguaiata, e fra i denti piccoli avanzi di soprusi. Ma sul palcoscenico l’Alfredo di Mastandrea può impersonare la catarsi e il pubblico applaude. Restituisce il fendente e il pubblico applaude. Ripara lo sberleffo, e il pubblico è d’accordo; perché è come se lo facesse un po’ proprio per quello spettatore plaudente.

Poco importa se è e resterà colpevole, impunito e consapevole. Poca importa se alla fine va ad ingrossare le fila dei piccoli carnefici comuni, protagonisti solo della loro ignoranza morale. Perché l’Alfredo sul palco alla fine è un mutante: non è nato nel fango dei grevi per restarci a puzzare. Viene dalla sponda della gentilezza che non sa dire no, della sottomissione congenita e incondizionata, dal sentiero di quelli che non farebbero del male a nessuno. E allora, anche se lo fanno, li si perdona.
Anche se sbagliano, applausi.

di Elisa Boccanera