Il teatro incontra l’autobiografia nella storia di un giovane figlio d’arte quasi involontario: timido, riservato come da soprannome (Mumble Mumble, appunto), dalle scelte ancora confuse e alle prese con due padri attori, registi, autori e, in una parola, popolari. Attorniati da folle d’occhi osannanti e portatori di sguardi inclinati proprio su di lui, in modo da seminargli dentro ancora più dubbi, timori, insicurezze.

Attraversare il proprio diventare adulti fra due colonne dell’arte scenica come Luciano Salce e Vittorio Gassman è un equilibrismo che Emanuele – figlio naturale del primo e acquisito del secondo – racconta in modo sincero, semplice, senza tralasciare nessun disagio. Senza dover fare sconti alla memoria di nessuno: con quell’onestà che può permettersi solo chi ha goduto dei pregi e patito gli inevitabili, umanissimi difetti dei propri genitori. Fino alla fine, fino a quell’evento che frantuma ogni protagonismo e l’uomo della strada sale a rivendicare il diritto all’ultimo saluto (spesso anche il primo e unico di sempre) auto eleggendosi amico, confidente del defunto: al sicuro da qualunque rischio di smentita.

E i funerali da ricordare, qui, sono due: uno per padre. Entrambi con le assurdità di un momento che da privato si è fatto partecipato, da dolore è diventato frullatore: moltiplicazione di visi, volti, parole, sincerità e falsità. Salce ci fa notare come quello delle esequie sia il rito sociale che, fra tutti, ha mantenuto più gelosamente tutte le pose della messinscena. Le condoglianze, in primis: ovvero l’essere costretti a dire parole nell’unico momento dell’esistenza che si spiega da solo. Il bacio al cadavere: da cui si salvano solo assenti e bambini. Ma anche il ricordo dal pulpito: vale a dire la gogna del primo che passava e che non è riuscito a dire no.

E di quella nuova duplice assenza il protagonista impara che fa posto alle sue fragilità di sempre, ma che non gli insegna a gestirle: perché la dipartita dei mostri sacri al massimo ha regolato le quinte, ma non ha cambiato il copione.

Finché dotati di vita, però, della morte si può pure scherzare, ribaltarne il significato: farla diventare l’unico inevitabile desiderio in quegli incastri del quotidiano assurdi come una finzione ma talmente crudeli da poter essere solo reali. Dalla morte ai bisogni corporali, quindi: senza timore di contrasto né di vergogna. Perché a saperla raccontare, una storia di cacca sarà sempre una storia divertente. E a giudicare dalle risate forti e complici del pubblico, è stato in quel momento che la necessaria distanza dell’attore è scivolata dal palcoscenico lasciandolo solo: libero di restituire quella pagina di umanità che, per una volta, era completamente sua.

di Elisa Boccanera