Scegliere una macchina è come scegliere un vestito: ti deve star bene addosso.

Nicholas Viviani

E’ con queste parole che vogliamo introdurre l’intervista fatta a Nicholas Viviani, fotografo cresciuto a Milano e che ha trasformato la sua più grande passione in una realtà fatta di sogni e vita vera.

Chi è Nicholas Viviani? Come ti descriveresti?

Un nostalgico di epoche mai vissute, in bilico perenne tra ciò che osserva e ciò che vorrebbe osservare. Sognatore, a volte.

C’è stato un momento in particolare in cui ti sei innamorato della fotografia o in qualche modo ha sempre fatto parte della tua vita?

Seppur si sia palesata in un periodo particolare della mia vita, sono fermamente convinto di averla da sempre custodita in un piccolo cassetto della mia mente. La macchina fotografica è il modo più efficace per vivere la vita che ho sempre sognato di vivere.

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Qual è stato il tuo percorso? Come sei arrivato ad essere un fotografo professionista?

Il percorso? Una salita che dura tuttora. Ho cominciato quasi per gioco con una vecchia Canon. Nel tempo ho trovato forti legami con campi del sapere che già amavo, ho cominciato a mettermi in gioco e con molti sacrifici ho acquistato le attrezzature più adatte alle mie esigenze.

Scegliere una macchina è come scegliere un vestito: ti deve star bene addosso.

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Cosa vuol dire essere fotografi oggi? In un ambiente sempre più competitivo, in che modo ci si differenzia?

Esser fotografi oggi (come ieri) significa provare a lasciare un’impronta, piccola o grande che sia. Come ci si differenzia? Restando al passo con i tempi e impegnandosi a garantire lavori di buon livello. La qualità paga e pagherà sempre.

Mi hanno colpito i tuoi lavori in cui il rumore è portato all’eccesso, da dove nasce questa idea?

Nasce come una provocazione, una lotta alla assidua e pressante ricerca della “definizione”.

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Prima di scattare, hai già in mente l’immagine che vorresti immortalare o ti lasci guidare dal momento? Da cosa o da chi prendi ispirazione per i tuoi scatti?

Non sempre.

Spesso ci si crea delle aspettative che vengono prontamente deluse. La fotografia è lo specchio dell’ esperienza, del carattere, delle frustrazioni e del proprio bagaglio culturale.

Spesso si trae ispirazione dal passato cercando senza pretese di innovarlo. L’occhio cade sui grandi maestri, sulla letteratura e spesso anche sulla pittura. Tutto ciò che possa essere inquadrato nel “risultato di un’emozione”.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe vivere di fotografia oggi?

Armarsi di molta pazienza e lasciarsi trascinare dall’amore per la propria professione.

Al centro del tuo progetto “Alone” vi è l’uomo, solo e ostaggio del suo tempo. È questo quello che siamo?

Cerco di mettere a fuoco il momento in cui “le luci si spengono”, l’attimo esatto in cui l’uomo è solo. Spesso ci si circonda di facili preoccupazioni, ci si immola in pesanti riflessioni, si ripongono le certezze in un’insipida realtà digitale.

L’impressione è quella di veder l’uomo staccarsi gradualmente dal suo ambiente.

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C’è qualche scatto a cui sei particolarmente legato?

Un bianco e nero portoghese.

Scattavo inconsapevole del fatto che di lì a poco avrei perso una delle persone più importanti della mia vita.

Progetti per il futuro?

Moltissimi.

Alcuni vanno e vengono mentre i più importanti hanno il pregio (e difetto) di condizionare il presente.

Mi auguro di poter viaggiare per sempre.

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www.nicholasviviani.com

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