Nancy Borowick è una fotografa che ci ha concesso un dono meraviglioso: il progetto “Cancer family”. In questo progetto Nancy ha fotografato i suoi genitori nel corso della lotta contro una terribile malattia, il cancro. A dispetto di quello che si possa pensare in un primo momento, queste fotografie rappresentano un inno alla vita e a quanto possa essere forte l’amore che lega due persone, prima e dopo la morte.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Nancy e farle qualche domanda su questo progetto, fonte di ispirazione per tutti quelli che hanno avuto la possibilità e fortuna di vederlo.

Quando hai deciso di iniziare il progetto “Cancer Family”? Riesci a ricordare un preciso momento?

In realtà non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso di iniziare questo progetto….è successo e basta. Volevo trascorrere più tempo con i miei genitori (non sapendo quanto ne sarebbe rimasto) e fotografandoli avrei potuto stargli vicino e, al tempo stesso, aggrapparmi alla consolazione dell’obbiettivo, mentre il mio mondo si sgretolava davanti ai miei occhi.

His and HersPapà le chiamava “le loro sedie”. Si sedeva accanto a mamma, sua moglie e compagna di un viaggio lungo 34 anni, per il loro appuntamento settimanale di chemioterapia. Lui subito dopo aver scoperto di avere un cancro al pancreas e lei alla sua terza chemio per il cancro al seno. Per lui era una novità del tutto sconosciuta, mentre per lei era la normalità, solo un altro impegno da segnare sul calendario. Greenwich, Connecticut, gennaio 2013.

Dove hai trovato la forza di continuare a fotografare nei momenti più difficili? Come sei riuscita a trovare un equilibrio tra il tuo essere figlia e fotografa allo stesso tempo?

Credo semplicemente che il mio corpo e la mia mente fossero in “modalità difesa” per tutto il tempo in cui li ho fotografati. Credo che fosse un modo per proteggermi attraverso una distrazione…e fotografare i miei genitori vedendoli come un progetto di lavoro, stranamente mi ha permesso di mantenere una sorta di distanza di sicurezza dalla realtà. Potevo concentrarmi sulla composizione fotografica, piuttosto che sul fatto che gli stessero iniettando farmaci chemioterapici nelle vene. Stando lì potevo fare da tramite nel rapporto con i vari medici ed esserci come figlia, cosa che per me era fondamentale.

The GetawayPrima di iniziare un nuovo ciclo di chemio, mamma e papà hanno fatto una vacanza last minute in Florida. La vita stava per cambiare inesorabilmente per la famiglia Borowick e, sia le loro menti che i loro corpi, avevano bisogno di una piccola fuga dalla realtà. All’avvicinarsi della propria morte avevano sentito più forte il bisogno di vivere. Naples, Florida, gennaio 2013.

I tuoi sapevano del progetto? Come hanno reagito alla tua invadenza come fotografa? Vuoi raccontarci qualche aneddoto?

Per la mia famiglia era normale vedermi sempre con la fotocamera appesa al collo. Facevo fotografie di continuo, quindi non era una cosa strana per loro. Quando ho deciso di cominciare a fotografarli, loro stessi mi hanno chiesto di documentare ciò che gli stava accadendo e raccontare la loro storia con le mie immagini. Sono stata molto fortunata ad aver trovato in loro una tale disponibilità e fiducia in me. In un certo senso con me erano fin troppo disponibili e vulnerabili, e la figlia che era in me a volte non sapeva proprio come reagire!

The Kitchen Dance

Papà sapeva sempre come far ridere mamma. Anche quando era a pezzi dopo sette ore di chemioterapia, faceva una mossa delle sue e riusciva a strapparle un sorriso.
Chappaqua, New York, febbraio 2013.

Qual è stato il momento più difficile? Ti sei mai detta “non posso farlo”?

Non ho mai pensato di non potercela fare o di dover smettere di fare foto, ma il momento più difficile è stato senza dubbio seppellire mia madre. E’ successo tutto così in fretta: prima ho perso mio padre e subito dopo mia madre. E’ stato devastante, e da quel momento in poi non ho più fatto molte foto. Credo di aver capito solo allora ciò che mi era accaduto, ovvero che sarei diventata orfana all’età di 30 anni, quando invece avevo sempre pensato che i miei genitori avrebbero vissuto molto più a lungo. A volte ancora mi stupisco quando mi ricordo che non ci sono più… perché in un certo senso sembra che siano solo partiti per una lunga vacanza. Penso che li sentirò molto più vicini quando vivrò dei grandi cambiamenti, come ad esempio la maternità.

On The Bathroom FloorQuando finalmente arriva la telefonata del tuo medico con il responso delle ecografie, a chi verrebbe mai in mente di rispondere dal bagno? I miei genitori l’hanno fatto. Mentre aspettavo la risposta, ho visto mia madre scoppiare in lacrime. Alla fine ho scoperto che erano buone notizie per entrambi – i tumori stavano regredendo. Ma cosa sarebbe successo se uno avesse avuto una buona notizia e l’altro no? Si riesce ad essere felici per se stessi, mentre si piange per l’altro? Chappaqua, New York, marzo 2013.

Cos’hai pensato quando hai visto per la prima volta il tuo progetto finito?

Non credo che sarà mai finito. Penso che continuerò a fotografare la mia vita e la mia famiglia, perché la vita continua anche oltre la morte. Ora ho un nipotino, e lui rappresenta la nuova generazione della mia famiglia. Tuttavia, forse il mio prossimo libro rappresenta una sorta di conclusione di questo progetto, perché è una specie di album di famiglia…pieno di vecchie foto e oggetti cari ritrovati chissà dove.

Down The Aisle

Appena fidanzata, chiesi al medico dei miei genitori se pensava che sarebbero riusciti ad assistere al mio matrimonio in ottobre. La sua risposta fu: “Lo organizzi il prima possibile.” Mancavano solo cinque mesi e decisi che ce l’avrebbero fatta. E così fu. Hanno raccolto tutte le loro forze e mi hanno accompagnato all’altare.
Highland, NY, ottobre 2013.

Ognuno di noi ha il suo modo personale di reagire di fronte al dolore, il tuo per esempio è stato la fotografia. Ti ha aiutato?

Sì, la fotografia mi è stata di grande aiuto nel sopportare tutto ciò che mi stava accadendo. Come fotografa, non posso fare a meno di guardare il mondo e fare esperienza di esso attraverso l’obiettivo della mia macchina fotografica. Quindi, per me, l’unica via possibile era di affidarmi alla fotocamera in quella situazione…Un’altra cosa che mi ha aiutato davvero molto è stata la reazione della gente alle mie fotografie. La gente restava incantata davanti alle mie foto e spesso poi mi confidava la propria storia. Grazie a questo non mi sono mai sentita sola perché avevo il supporto di un’intera comunità attorno a me, cosa di cui sono davvero onorata.

The Last Word

Papà aveva lasciato indicazioni per il suo funerale. Aveva chiesto di essere sepolto con la sua maglia preferita dei Giants (Lawrence Taylor, #56), i suoi jeans preferiti e il suo cappellino da baseball degli HB. Anche da morto in un certo senso era vivo ed era riuscito a regalare un ultimo sorriso alla mamma.
Mt. Kisco, New York, dicembre 2013.

C’è stato qualche parente o amico che non ha approvato il tuo progetto?

Quasi tutti hanno approvato. In quanto ai miei, credo che il vedere avvicinarsi la fine gli abbia fatto capire che non avevano nulla da temere nel condividere la loro storia. Anzi, se la loro storia avesse girato il mondo e avesse potuto aiutare altre persone, cosa avrebbero avuto da perdere?

The Oxygen Machine

Con il tumore che le cresceva nel fegato, e gonfiandosi le premeva sullo stomaco, Laurel faceva sempre più fatica a respirare. La macchina dell’ossigeno era ormai parte dell’arredamento di casa e l’aiutava ogni volta che ne sentiva il bisogno. Con il passare dei giorni aveva iniziato a usarla sempre di più, perché sia muoversi che parlare era diventato complicato per lei.
Chappaqua, New York, novembre 2014.

Considerata la grande attenzione e l’eco che il tuo progetto ha ottenuto, ritieni di essere riuscita nel tuo intento?

Penso di sì. Sinceramente, quando ho iniziato questa cosa, non l’ho fatto pensando a come la gente avrebbe reagito. Io stavo soltanto vivendo la mia vita e la cosa ha preso forma praticamente da sola. Sono fiera del grande riscontro che ha avuto e mi commuovo tutte le volte che leggo una mail di qualcuno che mi ringrazia per averla condivisa. E’ una sensazione stupenda sapere di avere aiutato qualcuno, soprattutto se si tratta di uno sconosciuto.

Nothing But A Whisper

Stamattina è stata diversa da tutte le altre. Mamma non è riuscita ad alzarsi dal letto e non ha pronunciato altro che sussurri. Suo figlio Matthew le ha dato un bacio, ma ha ottenuto ben poca reazione.

C’è una foto del progetto alla quale sei particolarmente legata? Se sì, per quale motivo?

Come potrai ben immaginare, ognuna di queste foto è speciale per me per motivi diversi, e ne ho scattate veramente a centinaia durante i due anni in cui ho fatto il reportage della mia famiglia. Le riguardo ogni giorno. Mi piace ricordare il più possibile dei miei genitori e spesso noto delle cose in me che sono il riflesso diretto di come erano loro. Mi attacco a queste piccole cose, ai loro pregi e difetti, che ho ereditato e che porterò sempre con me.
Se proprio dovessi scegliere una foto fra tutte, senza ombra di dubbio sarebbe quella che io chiamo “L’Abbraccio”. E’ un’immagine che ho sempre amato molto, perché credo che riesca a catturare l’essenza dei miei genitori in un modo davvero particolare. A causa del cancro avevano iniziato ad assomigliarsi, fisicamente e mentalmente, tanto da sembrare una cosa sola. Questa cosa li ha uniti ed eccoli lì, l’uno lo specchio dell’altra. Inoltre, per qualche strana ragione somigliano ai neonati quando sono al principio della loro esistenza, cosa piuttosto strana, ma anche a suo modo poetica, se pensi che in realtà si trovano alla fine della loro vita. Quella foto è riuscita a fermare un momento di grande amore, e poi sono stata fortunata con la luce.

nb_10Per molti è stato come un déjà vu. Solo un anno prima la maggior parte di queste persone si erano riunite nello stesso posto, alla stessa ora, per ricordare papà. Ora eccoli di nuovo nello stesso posto, alla stessa ora, per ricordare mamma. A lei non era mai piaciuto essere al centro dell’attenzione, ed ora invece lo era, proprio lì davanti a tutti, circondata da coloro che l’avevano amata. Chappaqua, New York, dicembre 2014.

A che cosa stai lavorando ora?

Dalla morte dei miei genitori, mio marito ed io abbiamo deciso di iniziare una nuova avventura e da New York ci siamo trasferiti in una piccola isola del pacifico di nome Guam (forse dovrai cercarla su una cartina!). Qui sono molto indaffarata nella ricerca di progetti locali in cui tuffarmi, ma a dire il vero, sto per pubblicare un libro (in uscita a marzo) sul mio progetto e questo richiede moltissimo tempo! Si chiama “The Family Imprint “(“Impronte di famiglia”) ed è un ritratto intimo della mia famiglia durante la terapia contro il loro cancro al quarto stadio. E’ una storia che parla più di vita e di amore, che di cancro e di morte. In un certo senso è una sorta di album di famiglia- pieno di lettere d’amore conservate per decenni, piccoli ricordi e oggetti che completano il racconto più grande, iniziato con le mie fotografie qualche anno prima.

The Embrace

“Io seguo quella filosofia di vita secondo cui ogni momento è un regalo, ogni anno in più è un regalo, e nessuno mi ha mai promesso la longevità. Nessuno mi ha mai garantito il successo, o l’amore, o dei buoni amici. Tuttavia, ho avuto ognuna di queste cose, perciò il mio bilancio non può che essere positivo. Non ho nessun rimpianto perché non erano cose scontate e io le ho avute tutte, e anche per moltissimo tempo.”
Papà, Chappaqua, New York, marzo 2013.

www.nancyborowick.com

ENGLISH VERSION

Traduzione a cura di: Erika Orlando

RH – Riding High