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ARTEinCONTEMPORANEA: interviste e recensioni

TREDICI MOTIVI PER RIFLETTERE.

Thirteen Reasons Why.

Non giudicherò Hannah Baker, né i suoi compagni di classe e nemmeno la serie tv della quale è protagonista. Mi limiterò a dire che “Thirteen Reasons Why” (in Italia “Tredici“), offre molti spunti di riflessione.

La serie racconta di una ragazza liceale che si toglie la vita e del perchè e del come sia arrivata a questa fatale decisione.

Per chi è genitore, per chi è adolescente, per chi si sente sbagliato e per chi si sente giusto. Questa serie tv targata Netflix è proprio per tutti, non solo per i teenagers come in molti vogliono far credere, è anche per i più grandi e per quelli che magari con le serie tv e la dipendenza che creano, hanno chiuso da tempo.

Le tematiche affrontate in “Tredici” sono molteplici, si può però riconoscere un unico filo conduttore che lega tutti gli episodi della serie: la violenza. Quella verbale, quella psicologica e quella forse più infima, la violenza fisica.

La violenza, in qualsiasi forma essa si manifesti, è un argomento difficile e delicato da affrontare e da sottoporre ad un pubblico televisivo, ancor di più nel momento in cui la maggior parte del pubblico è rappresentato da adolescenti alle prese con i problemi esistenziali che l’età suggerisce.

Corretto o scorretto che sia (come in molti vogliono far credere), Thirteen Reasons Why fa riflettere ed è la fedele rappresentazione televisiva di quello che lo scrittore Jay Asher ha scritto nel suo romanzo 13.

La serie tv è stata inoltre rinnovata per una seconda stagione di 13 episodi, prevista per il 2018. Cosa accadrà? Se ci sarà una nuova occasione per riflettere sulle ombre del nostro tempo non potremo far altro che ringraziare ancora una volta Netflix. Lo ringraziamo per dare ai ragazzi e a tutti noi l’occasione di poter pensare a quanto sia preziosa la vita e a quanto ci si debba impegnare per non sprecarla e viverla al meglio.

Spero tu sia pronto, perché sto per raccontarti la storia della mia vita. Ad esser più precisi, del perché la mia vita è finita. Se stai ascoltando queste registrazioni, allora tu sei uno dei motivi.”

Hannah Baker – Thirteen Reasons Why

di Melissa Basile

COSE POPOLARI di Nicola Pistoia, Francesco Stella, Ariele Vincenti

COSE POPOLARI di Nicola Pistoia, Francesco Stella, Ariele Vincenti

Con: Nicola Pistoia, Francesco Stella, Ariele Vincenti, Giordana Morandini

Roma e il sogno di due giovani pronti a vivere insieme. La precarietà lavorativa e gli affitti che, anche a volersi accontentare, restano inaccessibili. E allora l’ultima ratio: la rivendicazione di un diritto per mezzo di un gesto che sfocia nell’illegalità.

Fabio e Patrizia hanno opinioni opposte su cosa significhi lottare per realizzare i propri desideri, e le loro discussioni restano a lungo su posizioni inconciliabili. Stefano, che tenta di offrire una mediazione equidistante fra la sorella e l’amico, si ritrova invischiato in un contrasto che va oltre l’urgenza abitativa.

Su tutti l’eccellente Pistoia, che in scena è Mario: un insolito tuttofare dall’eloquio raffinato e mani sempre pronte a tendersi, per aiutare il ‘prossimo’.

I momenti più toccanti sono proprio quelli in cui Mario condivide episodi di un passato atroce con voce da bambino: sincera e senza filtri. Quelli in cui, nella sua cantilena stonata, invita a credere ancora nelle ‘infinite possibilità’ del futuro, nella convinzione che il presente sia sempre e comunque ‘un dono’. Grazie alla sua trasparenza sbriciola le difese dei tre ragazzi, quello stare sulla difensiva che serve a nascondere – forse difendere – la fragilità di un sogno.

L’occupazione abusiva delle case popolari è la quinta di una commedia apparente: si ride dei toni, del dialetto, della mimica di personaggi tipicamente romani. Ma ciascuna delle quattro voci in scena è perfettamente accordata anche da una personale vocazione umana: l’onestà, l’altruismo, la coerenza, la lealtà.

Sdrammatizzandolo per il tempo di uno spettacolo, un tema tristemente e invariabilmente attuale diventa sinonimo della possibilità di guardare oltre, per trovare un’altra strada. Le conseguenze del conflitto che genera il passo illecito di uno, cambia chi lo compie, ma anche tutti gli altri. Rompe equilibri e ne compone di nuovi: i personaggi in scena indossano alla fine un nuovo sguardo: quello di chi, nonostante gli inevitabili lacci del reale, è di nuovo fedele ad una verità interiore.

di Elisa Boccanera

MOONLIGHT di BARRY JENKINS

Moonlight. Oscar 2017 per il miglior film.

Miami, Florida. Comunità nera. Little ha dieci anni e comincia a toccare con mano la dura realtà di chi a quell’età, in quel contesto sociale, si mostra debole. Non è semplice, soprattutto quando non hai un padre e hai una madre tossicodipendente che tutto di dona tranne che quell’affetto che solo le mamme sanno e possono dare.

Chiron (questo è il suo vero nome), a testa bassa accusa i colpi che la vite gli infligge, va avanti e trova conforto in Juan e Teresa, a casa loro ci sarà sempre posto per lui e le sue paure. Quando il respiro si spezza e i battiti aumentano Chiron decide di reagire alle ingiustizie subite, ma quello che ottiene è un altro pugno, dritto nello stomaco: un periodo di detenzione.

Quando Chiron esce, è cambiato, sono diversi i modi di fare, è diverso il fisico (più muscoloso), è diverso l’abbigliamento, ma non sono diversi gli occhi, quelli, come disse qualcuno, non mentono. Sono alla continua  ricerca di quella luce che solo un sentimento puro e sincero può accendere.

Prima con la mamma e poi con l’amico Kevin, l’amore nella vita di Chiron sembra non essere previsto, l’essere omosessuale negli ambienti in cui è cresciuto non aiuta e la paura domina la voglia di amare.

Sarà questa voglia a spingerlo forse verso una nuova rinascita e a trovare conforto anche nelle radici e in quel passato che tanto lo avevano deluso.

Ad aver vinto l’Oscar è la speranza in un mondo in cui tutti possono essere se stessi, senza paura.

di Melissa Basile

A un certo punto dovrai decidere da solo chi vuoi diventare. Non lasciare che qualcuno decida per te.

Juan – Moonlight

DIVORCE

Sarah Jessica Parker torna alle serie tv con una commedia amara che affronta il tema del divorzio. L’impressione che si ha guardando i diversi episodi (dieci per l’esattazza) è quella di trovarsi di fronte ad una Carrie Bradshaw 2.0, cioè un’evoluzione di quella apprezzata in “Sex and the City”. Non so se sia stata una scelta dettata dagli sceneggiatori o una limitazione interpretativa, fatto sta che il nuovo personaggio non stacca di molto dal precedente. Frances Dufresne (questo il nome del suo personaggio), vive un periodo di forti incomprensioni con il marito Robert (Thomas Haden Church). Nel momento in cui lui scoprirà il tradimento di lei, la situazione precipiterà sotto tutti i punti di vista. Tra avvocati più o meno competenti e amici un po’ sopra le righe, ci ritroveremo di fronte ad una serie di gag esilaranti ma che allo stesso tempo offrono interessanti spunti di riflessione. Fino a che punto si può arrivare a ferire l’altro per i propri interessi? La risposta certamente è soggettiva, i nostri protagonisti alternano momenti di forte umanità a momenti di cattiveria nei quali saranno i figli in primis, ma anche loro stessi a pagarne le conseguenze. Una serie leggera ma mai piatta con un finale aperto che lascia intravedere una seconda stagione. Speriamo che l’attesa duri poco, che dite alla fine torneranno insieme?

di Simone Caputi

CINQUEMILA CHILOMETRI AL SECONDO di Manuele Fior

Con il romanzo a fumetti Cinquemila chilometri al secondo, Manuel Fior ci ragala un delicato ritratto dei sentimenti. Quelli puri, che non necessitano di spiegazioni ma che nascono e continuano ad esistere perchè non possono fare altrimenti.

Piero e Lucia, i protagonisti della vicenda, si innamorano ai tempi della scuola e insieme a questo sentimento ci accompagnano in un meraviglioso viaggio. Un perfetto ritratto delle nuove generazioni, in perenne equilibrio precario, nel lavoro, nei sentimenti, nella vita.

In condizioni incerte, alla ricerca di non si sa bene che cosa, le vite dei protagonisti si rivelano e scoprono incomplete in ogni singolo momento della storia. Ed è proprio questo a rendere questo romanzo grafico vero e crudo, la continua ed estenuante ricerca di ciò che è in grado di far sentire completo l’animo umano, per poi comprendere che a renderci completi è il coraggio di inseguire i propri sogni, in amore come nella vita.

di Melissa Basile

 

MUMBLE MUMBLE, ovvero confessioni di un orfano d’arte di Emanuele Salce e Andrea Pergolari

Il teatro incontra l’autobiografia nella storia di un giovane figlio d’arte quasi involontario: timido, riservato come da soprannome (Mumble Mumble, appunto), dalle scelte ancora confuse e alle prese con due padri attori, registi, autori e, in una parola, popolari. Attorniati da folle d’occhi osannanti e portatori di sguardi inclinati proprio su di lui, in modo da seminargli dentro ancora più dubbi, timori, insicurezze.

Attraversare il proprio diventare adulti fra due colonne dell’arte scenica come Luciano Salce e Vittorio Gassman è un equilibrismo che Emanuele – figlio naturale del primo e acquisito del secondo – racconta in modo sincero, semplice, senza tralasciare nessun disagio. Senza dover fare sconti alla memoria di nessuno: con quell’onestà che può permettersi solo chi ha goduto dei pregi e patito gli inevitabili, umanissimi difetti dei propri genitori. Fino alla fine, fino a quell’evento che frantuma ogni protagonismo e l’uomo della strada sale a rivendicare il diritto all’ultimo saluto (spesso anche il primo e unico di sempre) auto eleggendosi amico, confidente del defunto: al sicuro da qualunque rischio di smentita.

E i funerali da ricordare, qui, sono due: uno per padre. Entrambi con le assurdità di un momento che da privato si è fatto partecipato, da dolore è diventato frullatore: moltiplicazione di visi, volti, parole, sincerità e falsità. Salce ci fa notare come quello delle esequie sia il rito sociale che, fra tutti, ha mantenuto più gelosamente tutte le pose della messinscena. Le condoglianze, in primis: ovvero l’essere costretti a dire parole nell’unico momento dell’esistenza che si spiega da solo. Il bacio al cadavere: da cui si salvano solo assenti e bambini. Ma anche il ricordo dal pulpito: vale a dire la gogna del primo che passava e che non è riuscito a dire no.

E di quella nuova duplice assenza il protagonista impara che fa posto alle sue fragilità di sempre, ma che non gli insegna a gestirle: perché la dipartita dei mostri sacri al massimo ha regolato le quinte, ma non ha cambiato il copione.

Finché dotati di vita, però, della morte si può pure scherzare, ribaltarne il significato: farla diventare l’unico inevitabile desiderio in quegli incastri del quotidiano assurdi come una finzione ma talmente crudeli da poter essere solo reali. Dalla morte ai bisogni corporali, quindi: senza timore di contrasto né di vergogna. Perché a saperla raccontare, una storia di cacca sarà sempre una storia divertente. E a giudicare dalle risate forti e complici del pubblico, è stato in quel momento che la necessaria distanza dell’attore è scivolata dal palcoscenico lasciandolo solo: libero di restituire quella pagina di umanità che, per una volta, era completamente sua.

di Elisa Boccanera

DUE CHIACCHIERE CON PAOLO NANI

Tutto quello che porta comunicazione e connessione è benvenuto.

Paolo Nani

 

Lo abbiamo ammirato a teatro con lo spettacolo “La lettera”, Paolo Nani diverte, ipnotizza e sorprende il pubblico…Noi lo abbiamo intervistato, venite a scoprire cosa ci ha raccontato…

 

L’ INTERVISTA

1)Sul palco da venticinque anni con oltre 1200 repliche de “La lettera”. Com’è cambiato il pubblico durante tutti questi anni e com’è cambiato lei rispetto a loro?

Se vedo un video del mio spettacolo di 10 anni fa, mi annoio. In 10 anni il ritmo è cambiato non solo per me, ma per tutti sia che vediamo film, Cartoni animati, music video, Il ritmo cambia con il tempo. Il fatto di cambiare mantiene lo spettacolo vivo. Da parte mia sono maturato. Posso dire che sono più bravo ad ascoltare il pubblico e ad improvvisare con loro.

2) Come si diventa Paolo Nani? Qual è stato il percorso che l’ha portata ad essere oggi un artista apprezzato in tutto il mondo?

È una risposta complicata. È iniziata come attore drammatico insieme al Teatro Nucleo di Ferrara, nel 1978. Molto lavoro di allenamento, di acrobatica, imparando molte discipline, imparando a suonare strumenti musicali, sequenze di karate, sequenze di flamenco e tip-tap, lunghe improvvisazioni, metodi attoriali incrociati, e molto altro. Dopo 12 anni in questo gruppo avevo bisogno di provare le mie forze con uno spettacolo comico, perché sentivo di avere un talento particolare per la comicità. Quindi mi sono trasferito in Danimarca, dove insieme Nullo Facchini, direttore della compagnia Teatret Cantabile 2, abbiamo costruito LA LETTERA, nel 1992.

3) Ha detto che “La lettera” è uno spettacolo che si è costruito negli anni, aggiungendo o eliminando scene in base al riscontro del pubblico, ma da dove nasce l’idea originale?

L’idea de LA LETTERA è ispirata “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, dove una scena di una pagina viene ripetuta 99 volte in altrettanti stili letterari. Nel libro si parla di una scena diversa da quella che vediamo nello spettacolo. Per lo spettacolo occorreva qualcosa di visuale, mentre Queneau gioca soprattutto con il linguaggio scritto.

4) Penso che i video che sta condividendo su Facebook siano divertenti e intelligenti. Crede che i Social Network possano essere un mezzo per coinvolgere i giovani e riportarli a teatro?

Sicuramente i social network sono importanti in questo momento. Come lo sono state le radio libere in altri momenti. Tutto quello che porta comunicazione e connessione è benvenuto. I video che ho cominciato a pubblicare sulla mia pagina “PAOLO NANI – C’È VITA FUORI SCENA?” sono un altro modo per divertire e fare pensare, così come mi interessa farlo con i miei spettacoli.

5) Quello de “La lettera” è un testo strutturato maggiormente per un pubblico occidentale, ma che lei è riuscito a rendere universale, facendolo apprezzare in tutto il mondo. Ci racconta un aneddoto divertente che le è capitato durante una delle sue tournée in giro per il mondo?

LA LETTERA non funziona ugualmente in tutto il mondo, anche se mi piacerebbe. In Groenlandia, come ho già detto un paio di volte, è stato difficilissimo. Immagino che sia perché hanno un altro tipo di umorismo. Anche in Giappone non è facile, perché non hanno la cultura dell’applauso, per cui è veramente dura fare spettacolo per un pubblico silenzioso. Alla fine ti fanno un applausino giusto perché glielo chiedi. Dopo uno spettacolo ad Harstad, nel nord della Norvegia mi hanno portato nella baia a vedere il sole di mezzanotte. Quando ho preso un taxi alle due del mattino per tornare all’hotel, il tassista aveva gli occhiali da sole. Il sole era già altissimo … !

6) Nella vita privata e sulla scena, da cosa è influenzato Paolo Nani? Cosa legge? Cosa ascolta?

Vedo molto più cinema che teatro. Studio per fare i video che sto facendo. Ho appena letto “L’arte di passare all’azione” di Gregg Krech (bellissimo! Utilissimo!) e ”La mucca viola” di Seth Godin, che parla di come il mondo è cambiato, e di come sia importante quindi adeguare la propria comunicazione, usando al meglio i social media. Da qui l’idea di fare i video sulla mia pagina. Sono tutti stati visti migliaia di volte. Adesso che c’è gente che vuole vedere i miei spettacoli perché ha visto il video.

7) Come fa a capire se un nuovo personaggio funziona? Lo prova direttamente sul pubblico o lo mostra prima a qualcuno di cui si fida?

Creare un nuovo personaggio è sempre una sfida. Piacerà al pubblico? Non si può mai essere sicuri. La cosa che ho scoperto funziona meglio, è che piaccia a me e che diverta me. Allora in genere fa divertire anche gli altri. In tutti i casi per i miei spettacoli mi occorre sempre un regista di fiducia.

8) Nella sua vita, quali figure hanno sostenuto e quali hanno ostacolato la sua curiosità e crescita artistica?

Ho avuto molti maestri. Spesso senza che lo sapessero. Ho avuto sempre qualche figura artistica che consideravo un obiettivo di riferimento da raggiungere. Torgeir Wethal e Iben Nagel Rassmussen, dell’Odin Teatret. Il clown cecoslovacco Boleck Polivka. Il pianista comico danese Viktor Borge, e moltissimi altri. Anche adesso ne ho.

9) Qual è stato il momento in cui ha capito che fare l’attore sarebbe stata la sua vita?

Nel 1977 vidi “Il libro delle danze” della compagnia danese Odin Teatret – uno spettacolo che mi sconvolse e affascinò. Da quel momento smisi di studiare al DAMS, e cercai in tutti modi di entrare in quel mondo, anche se il teatro fino a quel momento, era l’unica arte che non mi interessava. Quando il Teatro Nucleo arrivo nella mia città, partecipai a un workshop e da lì iniziai a lavorare con loro. Punto.

10) Come definirebbe oggi la comicità?

Mi interessa una comicità di alta qualità, che non sia piatta, e che mostri una vasta gamma di colori della persona e del lavoro dell’attore. Una comicità che arrivi dappertutto; che unisca e non divida. Una comicità come strumento per unire le persone, in quell’attimo di celebrazione della vita che è il teatro.

Intervista a cura di RH – Riding High

http://www.paolonani.com/

https://www.facebook.com/paolonaniteater/?hc_ref=ADS&fref=nf

THE BELIEVERS – DIETRO LE QUINTE CON ALBERTO LOCATELLI E ANDREA PAU

“Ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se le conseguenze più nefaste della connessione globale delle informazioni si fossero rivelate un secolo prima, in un periodo già pesantemente mutato dalle innovazioni tecnologiche”

A. Locatelli – A. Pau

 

INTERVISTA 

1) Che siate bravi a raccontarvi tramite le vostre storie è certo, ma nella vita reale chi sono Alberto e Andrea?

Andrea Pau. Essere umano, sardo, trentacinque anni, creatore di storie, grande amante della birra, severo degustatore di pizze capperi e acciughe.

Alberto Locatelli. Disegnatore analogico, conoscitore di tecniche pittoriche tradizionali ma che sta scoprendo la strada del digitale. Uno che vorrebbe fare tante cose, se ne avesse il tempo.

2) Come nasce la vostra unione artistica? Come vi siete conosciuti? The Believers è la vostra prima collaborazione?

Nasce tutto grazie a IT Comics. Andrea aveva una storia, Alberto la voglia di disegnare: i creatori dell’etichetta (Fabiano Ambu e Francesco Abrignani) ci hanno messo in contatto. Prima di iniziare abbiamo discusso praticamente su tutto… genere, ambientazione, scelta dei protagonisti, ma senza mai incontrarci dal vivo. Parlare davanti a un caffè, a Lucca, ha confermato la bontà del sodalizio. Quindi sì, questa è stata la nostra prima collaborazione.

 

 

 

3) Come nasce l’idea di raccontare una storia cosi attuale in salsa storico/steampunk?

Da una domanda, il classico “what if”. Ci siamo chiesti cosa sarebbe successo se le conseguenze più nefaste della connessione globale delle informazioni si fossero rivelate un secolo prima, in un periodo già pesantemente mutato dalle innovazioni tecnologiche. La risposta è in queste pagine.

4) È stata la storia di Pau ad ispirare i disegni di Locatelli o viceversa?

AP: È stato un processo particolare. Io avevo uno spunto in mente che riguardava la società Forteana, un’associazione che si ripromette di portare avanti l’opera di Charles Fort, scrittore e catalogatore di notizie curiose. Alberto ha espresso la preferenza per certe ambientazioni, per la Belle Epoque… queste suggestioni ci hanno indicato la direzione della storia, e ispirato la domanda di cui parlavo prima.

AL: Dopo la prima proposta di Andrea mi son ritrovato con la possibilità di prendermi alcune libertà creative (vedi la scelta dell’ambientazione, o i character dei personaggi) che lavorando per gli editori quasi mai si ha. Questa cosa mi ha inizialmente destabilizzato, ma sicuramente mi ha aiutato a crescere professionalmente. Ora sono molto più tranquillo quando si tratta di mettere su carta idee che sono in parte anche mie.

 

5) Quella di “The Believers” è una storia già definita fin dall’inizio del progetto o prende forma e si evolve in corso d’opera?

AP: La “bibbia” del progetto è piuttosto articolata. Ho raccolto una montagna di documentazione (pure troppa!), ma riguarda soprattutto il mondo nel quale i nostri protagonisti si muovono. Idee, notizie, fatti storici… Poi saranno le relazioni, gli scontri tra i personaggi a mandare avanti la vicenda. Su questo, ci siamo lasciati totale libertà d’azione. Tutto può succedere, in pratica.

6) Che periodo vive secondo voi il settore dei fumetti? Avete notato cambiamenti rispetto agli anni passati?

AP: È un periodo di cambiamenti. L’edicola è sempre meno frequentata (parlo per gli altri, eh… io sto pagando la retta del miglior college inglese al figlio del mio edicolante di fiducia), ma di contro il fumetto ha sfondato la parete delle librerie di varia, e quindi è molto più presente di prima. Forse i singoli titoli vendono meno di dieci anni fa, ma c’è una quantità di storie in giro che lascia ben sperare: se il comparto continuerà a crescere, cresceranno anche i compensi per gli autori che, per quanto riguarda i piccoli editori, non sono paragonabili a quelli di realtà dove il fumetto è meno “nicchia” (dico banalmente la Francia, ad esempio).

AL: Al di là del mercato, di cui ha parlato bene Andrea, una cosa che noto oggi è che l’interesse crescente del pubblico (con i fumetti in libreria la Graphic Novel si è guadagnata il meritato riconoscimento culturale) ha portato molta gente a scoprire che fare i fumetti è un mestiere. Il che da una parte è un bene, perché crea un pubblico consapevole e che rispetta il tuo lavoro. Dall’altra crea una quantità impressionante di gente che i fumetti li vorrebbe fare, ma che sostanzialmente non li legge.

7) Qual è stato per ciascuno di voi, il complimento più bello ricevuto per “The Believers”?

AP: “Quando esce il numero tre?”

AL: Il fatto che almeno una volta a settimana qualcuno mi scrive per parlarmi del progetto che ha in mente e che vedrebbe benissimo disegnato tipo The Believers. Questo lo reputo un bel complimento.

 

8) Quale sono state in passato e quali sono oggi le vostre influenze artistiche?

AP: Elenco disordinatamente autori, personaggi, storie: Cavazzano, Tex, Pazienza, Preacher, Alan Moore, Devilman… da ragazzino ho letto (rigorosamente a scrocco) tutto ciò che la mia povertà mi consentiva. Oggi guardo con ammirazione alla capacità che hanno Davide Reviati e Manu Larcenet nel fondere parole e immagini; ammiro la versatilità di Alessandro Bilotta e Brian K. Vaughn; invidio con perfidia Gipi. Fuori dal fumetto, sogno di avere la scrittura sempre fresca di Sergio Atzeni; la prosa semplice ma ricercata di Nicola Lecca; la verve di provincia di Cristiano Cavina.

AL: Tendo a separare le influenze in base a quello che sto disegnando (che poi è una scusa per variare e ispirarsi ad autori dagli stili diametralmente opposti). Quando disegno Don Camillo, oltre a tutto lo staff di colleghi che lavorano con me alla serie, guardo moltissimo Villa e Piccinelli. Per The Believers tengo sempre a portata di mano i fumetti di Sean Gordon Murphy e Rafael Albuquerque. Quando invece illustro ad acquerelli in totale libertà, cerco di far mie le tecniche di disegnatori che mi piacciono o che magari becco casualmente sul web e che mi colpiscono. È divertente, una volta mi ispiro a Sienkewitz, un’altra a Ribic, un’altra ancora a Simone Bianchi. E così via.

9) Un fumetto del passato che avreste voluto disegnare o scrivere voi?

AP: La domanda è difficile. Per i diversi piani di lettura e la qualità infusa nelle pagine dagli autori, credo L’Eternauta di due geni, Héctor Oesterheld e Francisco Solano Lopez. Io sono tutt’altro che un fan boy ma dieci anni fa, quando ho stretto la mano a Lopez, una stretta allo stomaco l’ho provata.

AL: Bone di Jeff Smith, uno dei massimi esempi del fumetto indipendente americano. Invidio Smith e la sua capacità di portare avanti una saga del genere in assoluta libertà e divertendosi un mondo nel farlo (cosa che traspare leggendolo).

Intervista a cura di RH – Riding High

https://rh-ridinghigh.com/2017/02/15/the-believers-di-andrea-pau-e-alberto-locatelli/

http://albertolocatelliartbook.blogspot.it

https://www.facebook.com/carburo.pau?fref=ts

 

NICHOLAS VIVIANI – APPUNTI DI UN FOTOGRAFO VIAGGIATORE

Scegliere una macchina è come scegliere un vestito: ti deve star bene addosso.

Nicholas Viviani

E’ con queste parole che vogliamo introdurre l’intervista fatta a Nicholas Viviani, fotografo cresciuto a Milano e che ha trasformato la sua più grande passione in una realtà fatta di sogni e vita vera.

Chi è Nicholas Viviani? Come ti descriveresti?

Un nostalgico di epoche mai vissute, in bilico perenne tra ciò che osserva e ciò che vorrebbe osservare. Sognatore, a volte.

C’è stato un momento in particolare in cui ti sei innamorato della fotografia o in qualche modo ha sempre fatto parte della tua vita?

Seppur si sia palesata in un periodo particolare della mia vita, sono fermamente convinto di averla da sempre custodita in un piccolo cassetto della mia mente. La macchina fotografica è il modo più efficace per vivere la vita che ho sempre sognato di vivere.

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Qual è stato il tuo percorso? Come sei arrivato ad essere un fotografo professionista?

Il percorso? Una salita che dura tuttora. Ho cominciato quasi per gioco con una vecchia Canon. Nel tempo ho trovato forti legami con campi del sapere che già amavo, ho cominciato a mettermi in gioco e con molti sacrifici ho acquistato le attrezzature più adatte alle mie esigenze.

Scegliere una macchina è come scegliere un vestito: ti deve star bene addosso.

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Cosa vuol dire essere fotografi oggi? In un ambiente sempre più competitivo, in che modo ci si differenzia?

Esser fotografi oggi (come ieri) significa provare a lasciare un’impronta, piccola o grande che sia. Come ci si differenzia? Restando al passo con i tempi e impegnandosi a garantire lavori di buon livello. La qualità paga e pagherà sempre.

Mi hanno colpito i tuoi lavori in cui il rumore è portato all’eccesso, da dove nasce questa idea?

Nasce come una provocazione, una lotta alla assidua e pressante ricerca della “definizione”.

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Prima di scattare, hai già in mente l’immagine che vorresti immortalare o ti lasci guidare dal momento? Da cosa o da chi prendi ispirazione per i tuoi scatti?

Non sempre.

Spesso ci si crea delle aspettative che vengono prontamente deluse. La fotografia è lo specchio dell’ esperienza, del carattere, delle frustrazioni e del proprio bagaglio culturale.

Spesso si trae ispirazione dal passato cercando senza pretese di innovarlo. L’occhio cade sui grandi maestri, sulla letteratura e spesso anche sulla pittura. Tutto ciò che possa essere inquadrato nel “risultato di un’emozione”.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe vivere di fotografia oggi?

Armarsi di molta pazienza e lasciarsi trascinare dall’amore per la propria professione.

Al centro del tuo progetto “Alone” vi è l’uomo, solo e ostaggio del suo tempo. È questo quello che siamo?

Cerco di mettere a fuoco il momento in cui “le luci si spengono”, l’attimo esatto in cui l’uomo è solo. Spesso ci si circonda di facili preoccupazioni, ci si immola in pesanti riflessioni, si ripongono le certezze in un’insipida realtà digitale.

L’impressione è quella di veder l’uomo staccarsi gradualmente dal suo ambiente.

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C’è qualche scatto a cui sei particolarmente legato?

Un bianco e nero portoghese.

Scattavo inconsapevole del fatto che di lì a poco avrei perso una delle persone più importanti della mia vita.

Progetti per il futuro?

Moltissimi.

Alcuni vanno e vengono mentre i più importanti hanno il pregio (e difetto) di condizionare il presente.

Mi auguro di poter viaggiare per sempre.

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www.nicholasviviani.com

RH – RidingHigh

 

 

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