Sam Maher è un ragazzo australiano che di professione fa il musicista viaggiatore. Il suo fedele compagno di viaggio è un particolarissimo strumento di recente invenzione, l’handpan, in grado di produrre suoni evocativi e celestiali.

Sam è cittadino del mondo, è il mondo ad essere il suo palco e grazie ad una presenza costante sul web riesce a far viaggiare con la mente anche chi lo ascolta.

Per tutte le persone che in Italia ancora non hanno avuto il piacere di conoscerti ma soprattutto di ascoltare la tua musica, chi è Sam Maher?

Mi piace considerarmi un musicista, un viaggiatore, un osservatore e un ascoltatore a tempo pieno. Sono conosciuto soprattutto per il mio particolare modo di suonare l’”handpan”, uno strumento più unico che raro inventato in Svizzera nel 2000.

Come nasce l’idea di suonare uno strumento cosi particolare come l’ handpan?

Sono un percussionista che ha trascorso la maggior parte della sua esistenza a percuotere oggetti con delle bacchette, sperimentando una grande varietà di rumori e di suoni. Essendo una persona istintivamente portata per la melodia, appena ho scoperto l’esistenza dell’handpan, il mio unico pensiero è stato come ottenerne uno. Il solo fatto che esistesse uno strumento che permetteva di combinare l’uso del ritmo con la capacità di produrre suoni di una bellezza sconvolgente mi entusiasmava. La mia ossessione non ha trovato pace finché non sono riuscito a procurarmene uno l’anno successivo. Ne sono rimasto davvero stregato.

Dove hai imparato a suonarlo? Sei un autodidatta o hai preso delle lezioni?

Sono completamente autodidatta. Ho passato ore ed ore sul mio divano a sperimentare con lo strumento. Alla fine ho deciso di passare alla strada – ed è lì che la vera lezione ha avuto inizio- ho scoperto un nuovo approccio allo strumento osservando le reazioni della gente che passava. Ad esempio, se l’atmosfera attorno a me era tranquilla e le persone passeggiavano rilassate, io suonavo una melodia lenta. Se invece capitava all’improvviso qualcosa di esaltante, mi affrettavo a velocizzare il ritmo e ad accordare la mia musica alla situazione del momento. Credo che per me suonare l’handpan fosse il modo di registrare ciò che mi accadeva intorno ogni giorno. Questo è stato di certo l’insegnamento più importante.

L’ascolto di un’enorme varietà di generi musicali, cosa che faccio da sempre, è stato fondamentale nella mia crescita come musicista- di fatto assorbo la struttura delle varie melodie che sento, piuttosto che concentrarmi soltanto sul ritmo. Inoltre ho cercato di documentarmi il più possibile sui video delle esibizioni di Manu Delago, artista che mi è stato di grande ispirazione. Non soltanto per il lavoro che ha fatto con l’handpan, ma anche per le sue collaborazioni con artisti del calibro di Bjork, l’Orchestra Cinematica e la London Symphony Orchestra.

Cosa ti ha portato a lasciare Perth (Australia) e a partire con il tuo strumento in giro per il mondo?

All’epoca suonavo contemporaneamente in qualcosa come cinque band, lavoravo full time e facevo anche del volontariato qua e là. Insomma, stavo soccombendo sotto la mole di impegni che io stesso mi ero preso. Credo che avessi semplicemente bisogno di riprendere fiato e di provare qualcosa di più vero- di fare esperienza del mondo. Avevo già vissuto momenti molto intensi e, in un certo senso per me rivelatori, suonando per le strade di Perth, che mi avevano fatto riflettere sui miei valori e sulla direzione che volevo dare alla mia vita. Mi ero fissato una quantità irragionevole di obiettivi troppo ambiziosi, che mi stavano consumando lentamente. Era uno stile di vita del tutto dannoso e autolesionista. L’handpan è stato per me come il biglietto vincente per un viaggio di riscoperta del contatto con le persone. Ho sentito dentro di me un irrefrenabile bisogno di lanciarmi in questa avventura- perciò ho accettato la sfida e mi sono buttato. E’ stata la più difficile, ma anche la migliore, decisione della mia vita.

Ti ho visto suonare l’handpan in diversi posti nel mondo, ma quello che (almeno qui in Italia) ti  rappresenta maggiormente è la stazione metropolitana di Brooklin. Ha un significato particolare per te suonare lì? o è una scelta dettata solo dalla grande affluenza di persone che quotidianamente la frequentano?

C’è una sorta di romanticismo che aleggia nella metropolitana di New York, che non è facile da spiegare a parole. E’ come un cuore pulsante di vita. C’è così tanto talento nascosto sotto quella città! E’ un fenomeno davvero misterioso e inspiegabile. Andare a suonare lì è sempre stato un sogno per me. Impiegavo anche ore a trovare un bell’angolino tutto per me e  neanche mezz’ora dopo venivo cacciato in malo modo oppure arrivava qualcuno che mi diceva: “Ehi, amico. Sei Pazzo? Farai meglio a spostarti di lì- quello è il posto del vecchio Leroy- ci suona da 35 anni!” Là sotto tutto seguiva una gerarchia ben precisa- quelli che lo facevano già da una vita avevano la priorità, poi c’erano i buskers (artisti di strada) ufficiali con la licenza, ai quali venivano assegnate postazioni in orari prestabiliti, e infine c’erano i “vagabondi”, come me – che giravano per la metro senza sosta in cerca di un angolino tranquillo dove poter suonare anche solo per 10 minuti. Inoltre c’era una sorta di faida/lotta/guerra perenne tra i vagabondi e la security della metro, il che rendeva la cosa ancora più difficile. Dovrebbero proprio farci un documentario sulla vita là sotto. Era sfiancante, ma eccitante e diverso da qualunque altro posto nel mondo. Certe sere tornavo a casa camminando nella neve con le dita sanguinanti,  le tasche piene di biglietti da un dollaro e un enorme sorriso febbrile stampato in volto.

Cosa significa oggi essere un artista di strada? Posso definirti tale?

Io non mi considero più un busker- ormai mi accade di rado di suonare per strada, anche se la considero tuttora una parte fondamentale della mia vita, che mi ha reso quello che sono oggi. Quando giravo, pensavo che fare l’artista di strada fosse un modo per riuscire a entrare in contatto con persone con le quali altrimenti non avrei mai avuto a che fare. Mi ha aperto le porte a così tante esperienze uniche nel loro genere, ha abbattuto molte barriere e ha guidato la mia vita nella direzione in cui sta andando oggi. All’epoca suonare per strada era tutta la mia vita, e ora ripenso a quell’anno busker come a una delle fasi più prolifiche e cruciali della mia vita- ha cambiato tutto.

Ti definisci “Oscuro strumentista” perche?

Mi piace l’idea di creare musica con oggetti insospettabili e vedere l’effetto che fa nella gente. Per me l’handpan/hang è in cima a questa lista di strumenti cosiddetti “oscuri”. Ma ce ne sono moltissimi altri che riescono a suscitare altrettante reazioni nella gente- l’array mbira, l’armonica a bicchieri, la kalimba, il didgeridoo, il susafono, il mio preferito- la bottiglie semipiena- e la lista potrebbe continuare all’infinito. Un giorno mi piacerebbe avere una stanza piena di tutti questi oggetti meravigliosi e poter passare il resto della mia vita a usarli per incantare le persone.

Di cosa ti occupavi prima di iniziare quest’avventura?

Come ho già detto, suonavo la batteria in cinque band. Alcune di queste sono poi riuscite a fare grandi cose. Io nel frattempo lavoravo a tempo pieno come tecnico ortopedico in una clinica. Era un lavoro piuttosto sicuro e anche con una certa possibilità di carriera- avevo la sensazione di vivere una doppia vita. La sera facevo le prove, o le serate o le registrazioni dei dischi e la mattina dopo mi svegliavo presto e andavo a lavorare per tutto il giorno. A volte mi sentivo come uno zombie. E’ stato un periodo davvero sfiancante.

Cosa provi mentre suoni?

Dipende da dove e in che momento sto suonando. Se suono da solo a casa, sperimento in totale libertà e facilmente cado in una sorta di trance. Per strada è come se assorbissi l’atmosfera intorno a me per poi metterla nella mia musica. Durante i concerti di solito sono più concentrato e conscio del fatto che si tratta di una performance. In generale suonare mi rilassa sempre molto.

Ho letto che hai viaggiato molto insieme alla tua ragazza, è stata dura convincerla o ha appoggiato immediatamente la tua scelta di vita?

Lisa mi ha seguito in un viaggio di 14 mesi attraverso il Sud e il Centro America. Alla partenza ci siamo fatti una promessa: avremmo viaggiato il più lontano possibile e soltanto via terra o via mare- mai in aereo. Questa regola ha rappresentato una sfida incredibile, ma è stata anche di grande motivazione per entrambi. Ad essere sincero, il nostro vero progetto iniziale era questo, non la musica. Ho suonato quasi tutti i giorni in ogni posto in cui siamo stati. I soldi che raccoglievamo venivano spesi quasi interamente per pagarci il viaggio per la meta successiva. In qualche rara occasione di giornate particolarmente buone, ci concedevamo il lusso di mangiare al ristorante o di dormire in una pensione più carina oppure di fare i semplici turisti come chiunque altro. Era una grande fortuna poter viaggiare in quel modo e poter condividere tutto questo con Lisa. Mentre io mi esibivo per strada, Lisa ne approfittava per scrivere o per esplorare la zona da sola. Qualche volta veniva a vedermi e con le sue foto documentava le mie interazioni con le persone. Era meraviglioso che lei potesse catturare così tanti momenti magici con i suoi scatti rubati. Viaggiare a lungo nel Terzo Mondo con la tua dolce metà, per quanto incredibile, a volte può essere davvero impegnativo. Perciò questi preziosi momenti di solitudine avevano un immenso valore per entrambi. Tutto sommato per noi non è stato per niente difficile.

Quali sono state e quali sono le tue influenze musicali?

In quanto collezionista di vinili faccio sempre un po’ fatica a definire quali siano le mie influenze musicali. Sono alla ricerca costante di nuovi suoni, di suoni perduti o di suoni alternativi e attraverso fasi diverse di forte interesse per specifici generi musicali. Sono in costante evoluzione. Ad esempio, un mese fa mi sono immerso profondamente nell’avanguardia elettronica. Ascoltavo artisti come Arca, Oneohtrix Point Never e Jon Hopkins. La scoperta di Jon Hopkins ha fatto sì che mi addentrassi nella sua musica fino ai suoi lavori più sconosciuti di pianista minimalista, che mi hanno fatto scoprire la musica del compositore afro-americano Julius Eastman, che a sua volta mi ha condotto ad Arthur Russel, un musicista pazzesco del tutto inclassificabile, la cui musica mi ha ossessionato per mesi. Tutto questo mi ha riportato sulla strada del freak-folk e dell’outsider music e in qualche modo mi ha fatto riscoprire sonorità dimenticate degli anni ’70 e via dicendo.
Se dovessi indicare un artista in particolare che ha avuto una grande influenza sul mio modo di suonare l’handpan, direi Bjork e tutti i musicisti con i quali lei sceglie di collaborare.

Tra tutti i luoghi in cui a suonato, qual è quello che ti ha emozionato di più?

Una volta sono riuscito a suonare al centro della Gran Central Station di New York per una ventina di minuti prima che la security mi sbattesse fuori. E’ stata un’esperienza surreale. Venti minuti di pura e inaspettata estasi. In Argentina la mia musica è stata accolta con grande calore, mentre i boliviani erano di certo i più perplessi. Suonare in quei Paesi è stata comunque ogni volta un’esperienza speciale e unica.

Ho visto sul tuo profilo Facebook che cerchi ospitalità in Inghilterra, Svizzera, India, Francia e Stati uniti per  nuove avventure musicali, ti ha già contattato qualcuno? Dove ti troveremo nei prossimi mesi?

Come no! A ottobre sono stato a Londra, passando poi per Singapore, dove ho partecipato alla Fashion Week. Ho in programma delle fantastiche collaborazioni e degli spettacoli in giro per il Regno Unito, l’Europa, l’America e l’India, quindi credo che avrete sicuramente occasione di trovarmi nei prossimi mesi. Al momento non posso rivelarvi troppo di questi progetti, ma sono certo che li scoprirete presto;)

Intervista di RH Riding High

Traduzione di Erika Orlando

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For all those in Italy, who still don’t know you, but above all haven’t had the pleasure to hear your music yet, could you tell them who is Sam Maher?

I like to consider myself a musician, a traveller, a full-time observer and a listener. I’m mostly known for my playing style on the “handpan”, a rare and unique instrument invented in Switzerland in 2000.

Where did the idea to play a particular instrument such as the hand pan come from?

I am drummer who has spent most of his musical life hitting things with sticks, making variations of thuds and clangs. As someone who is instinctively in-tune with melody, when I discovered the Handpan I became immediately obsessed with the idea of finding one. Something that combined the use of rhythm but also had the capability of producing such hauntingly beautiful tones really excited me. I didn’t stop obsessing until I acquired one over a year later. It really drew me in.

Where did you learn to play it? Are you self-taught or did you take lessons?

I am completely self-taught. I spent many hours on my couch experimenting with the instrument. Eventually I took to the streets – this is where the real lessons began – I figured out certain methods of approaching the instrument from the reactions of the people walking by. Like, if it was a quiet day and people were relaxed and cruising around slowly I would play accordingly. If something exciting burst out around me I would quicken the pace and play accordingly. I suppose I thought of it as sound tracking the everyday happenings in-front of me. This was the most important lesson of them all.

Listening to a huge variety of music, as I usually do, plays a huge part in my development as a player – absorbing the structures of melodies in songs rather than just focusing on the rhythms. I also observed as much as I could from videos of Manu Delago playing. He has been an absolutely huge influence. Not just in his work with the Handpan, but with his collaborations with artist like Bjork, the cinematic orchestra and the London Symphony Orchestra.

What led you to leave Perth (Australia) and start a journey around the world with your instrument?

At the time I was drumming in something like 5 bands, working full-time, doing some charity work here and there and pretty much running myself into the ground with all of the commitments I had tangled myself up in. I think I just needed to let go of it all and experience something real – experience the world. I had had some really honest and eye-opening experiences busking on the streets in Perth which had me reflecting on my values and direction. I was living in an overly ambitious, poisonous mind-set at the time and it was really bringing me down. The instrument felt like my golden ticket to travel and connect with people from all walks of life and I had an uncontrollably itch to get out into it – so I just took the risk and did it. It was the hardest and best decision I had ever had to make.

I saw videos of you playing the hand pan in many different places all over the world, but the most representative of you (at least in Italy) is the Brooklyn underground station. To play there does it have a particular meaning to you? Or did you just choose the place for the great amount of people passing there by every day?

There is a romance in New York’s subway scene that can’t really be explained in few words. It pulsates with life. There is so much talent hidden underneath that city, it’s unfathomable. It had always been a dream to go down there and perform. It would take me hours to get a good spot and only 30 minutes to get kicked out, or for someone to come along and be like “man are you crazy, you better get outta that spot – thats ol’ Leroys space – he’s been playing there for 35 years!”

This was the hierarchy down there – cats who had been stomping around for a lifetime got priority, then you had official buskers with licenses who were given official locations for official amounts of time, then you had jumpers – like me – who would ride the subways for hours looking for spots to perform in 10 minute burts. There was also this on-going feud between the jumpers and the rail authority which added to the drama of it all. Someone should really make a documentary down there. It was exhausting, exciting and unlike any other place in the world. I would be walking home in the snow at the end of the day bleeding from my thumbs with pockets full of $1 bills and a huge shivering smile on my face.

What does it mean to be a busker? Can I use this word to define you?

I don’t consider myself a busker anymore – It is a rare occasion for me nowadays to perform on the streets, though I do still consider it to be a fundamental part of my life, and it definitely brought me to where I am today.

When I was travelling I thought of busking more as a way to communicate with people I wouldn’t be able to otherwise. It opened the doors to so many unique experiences, broke down barriers and steered my life in the direction it heads today. So – I guess it meant the world to me then, and I know I will look back at that year on the road as a busker as one of the most seminal and important phases of my life – it changed everything.

On Facebook you define yourself as “obscure instrumentalist”. What do you mean by that?

I like the idea of creating music from unsuspecting items and watching the reactions it draws from people. The Handpan / Hang seems to be at the top of this obscure instrument list. But there are plenty of others that strike the same reaction – the array mbira, the glass harmonica, the kalimba, the didgeridoo, zeusaphone, my personal fav – the half-filled-metal-water-bottle – and the list goes on the deeper you look. One day I want a room full of these unique beauties so I can blow people’s minds for the rest of my life.

What did you do before starting this adventure?

As I said earlier I was drumming in about 5 bands. Some of which went on to do great things. I was working full time as an Orthopaedic Technician at a hospital, which was a pretty secure, comfortable job with a large ladder available to climb – it felt like I was living a double life. I would rehearse or play shows or record in the evenings and then wake up early and work all day. I felt like a zombie sometimes. They were busy days.

What do you feel while you’re playing?

It depends where and when I’m playing. If I’m sitting down experimenting at home it is easy for me to fall into a repetitive trance-like state. On the streets I absorb the moods around me and that leaks into what I play. For concerts I’m usually more focused and am conscious of putting on a show.

Generally speaking, I feel at great ease when I play.

I read you travelled a lot with your girlfriend. Was it difficult to involve her in your project or did she immediately approved your life choice?

Lisa joined me for a 14-month trip through Central and South America. We swore to each other from the beginning to travel as far and as wide as possible, solely by land or sea – no flying. This was an amazing challenge and motivator for both of us. To be honest, this was the real project for us, not the music.

I busked almost every day in every location we went. The money was almost entirely put towards getting us to the next location. Occasionally on a good day I would splash out and eat at a proper restaurant or sleep in a nicer hostel or do a proper tourist activity like everyone else, and it was a beautiful gift to be able to travel like that and to be able to share it with Lisa. When I was doing my daily busk Lisa would take that as her chance to write, or explore the area by herself and every now again she would come watch and take photos of the interactions I was making. It was amazing to have so many moments captured by her sneaking around like that.

Travelling long-term in the third world with your other half, as amazing as it is, can be a real challenge at times, so these precious moments of solitude were endlessly valuable to both of us. It wasn’t difficult at all.

Which has been and which are now your musical influences?

I collect vinyl records so to talk about my influences is always a difficult thing to pin-point. I am constantly looking backwards and forwards for new sound, lost sounds, different sound and I go through serious phases of specific things. It’s a constant evolution.

For example – a month ago I dived deep into avant-garde electronica. Listening to artists such as Arca and Oneohtrix Point Never and Jon Hopkins. The Jon Hopkins connection had me peering into his back-catalogue where I found his minimalist piano works, which led me to discovering the music of deceased African-American composer Julius Eastman, who had a connection with Arthur Russel, an amazing unclassifiable musician who I’d obsessed over several months before. This steered me back down the road of freak-folk and outsider’s music and somehow led me to digging out long-lost disco tunes from the 70’s, and so on and so forth.

I suppose if I were to mention one artist that has had a great effect on me in terms of the Handpan it would be Bjork; and the musicians and artists she chooses to work with.

Among all the places you have played, which one did touch you the most?

I managed to sit down in the middle of Grand Central Station in NYC for about 20 minutes before getting booted out by security. I felt like I was in a simulation or something. 20 minutes of pure unbelievable bliss.

Argentina was amazingly receptive to my music and Bolivia was by far the most perplexed by it. Everywhere I performed in those countries was unique and special.

If you ask me this exact question in 2 months’ time, I will have some fantastic answers for you.

I saw on your Facebook profile that you’re looking for a comfortable couch to overnight in UK, Switzerland, France and USA to start a new music adventure. Have you already got any offers? Where will we see you in the next months?

Yep, I will be flying over to London on the 31st of October via Singapore where I will be performing at the Singapore Fashion Festival. I have some amazing collaborations and performances locked in throughout UK, Europe, USA and India, so I guess you can find me there in the next couple of months. I can’t talk too much about any of these projects just yet, but I’m sure you will hear about them soon.

Interview of RH Riding High

Translation by Erika Orlando