“Non provare ad andare via. Non parlare del passato. Non parlare della tua vita precedente. Rispondi sempre al telefono se squilla. Lavora sodo, sii felice. Goditi la vita a Wayward Pines”.

Wayward Pines è la storia di una fine e di un nuovo inizio. Creata da Chad Hodge e prodotta da M. Night Shyamalan ci pone davanti a diversi quesiti…

Cosa fareste se veniste a conoscenza del fatto che in un lontano futuro, a causa di una mutazione genetica, la razza umana fosse destinata all’estinzione?

Niente di più semplice secondo David Pilcher/Dr. Jenkins (Toby Jones): creare una moderna arca di Noè. Selezionare un ristretto numero di soggetti, strapparli alla loro vita presente e chiuderli a loro insaputa in capsule criogeniche per lasciarli dormire “sospesi” fino a quando la situazione sul pianeta terra non sia tornata alla “presunta” normalità. Ma come scegliere la data giusta per il ritorno? Un po’ di studio e un po’ di culo.

L’idea in sé può sembrare affascinante, se solo mettessimo da parte gli aspetti morali e la libertà di scelta di ogni singolo individuo (e sai che novità).
Comunque vi chiedo:
A voi piacerebbe essere strappati all’improvviso dal vostro presente per essere catapultati migliaia di anni in avanti in favore di un progetto più grande del quale non sapete nulla?
Salvo casi particolari, credo di no.

Per far si che le cose funzionino Wayward Pines impone delle regole, regole apparentemente volte alla felicità delle persone all’interno della comunità, ma che in realtà rappresentano le sbarre invisibili di una gabbia dalla quale è impossibile scappare.

Wayward Pines diventerà reale.
La nuova realtà prenderà vita in una cittadina immersa tra altissimi pini secolari (da qui il nome di Wayward Pines), circondata da alte e spesse mura di protezione elettrificate.
Protezione??? Oh-oh.
Sarà per paura che qualcuno possa uscire? O per paura che qualcuno voglia entrare?

La serie è composta (per ora) da due stagioni. La prima, tratta parzialmente dall’omonimo libro di Blake Crouch, l’ho trovata sicuramente più ispirata, innovativa, meglio recitata e con un ritmo più intenso rispetto alla seconda. A capitanare la squadra dei “Ribelli” nella prima stagione l’agente federale Ethan Burke (Matt Dillon), che dona al personaggio e alla serie il giusto carisma. Impresa che non riesce però all’attore Jason Patric nel ruolo del nuovo frontman della rivolta Theo Yedlin.

Spesso si dice che il fine giustifichi i mezzi, forse è questo che deve aver pensato David Pilcher creando il suo progetto, ma…

Può l’Uomo sostituirsi a Dio? A voi l’ardua sentenza!

di Simone Caputi