Un gigantesco parco a tema west, ricostruito in ogni minimo dettaglio e popolato da androidi sintetici chiamati “residenti”, programmati dal Dr. Robert Ford (Anthony Hopkins), direttore creativo del parco, per poter essere alla mercé dei facoltosi “ospiti” al costo di 40.000$ al giorno.

Questo è Westworld, dove tutto è concesso.

Nel parco gli ospiti hanno la possibilità di vivere in prima persona esperienze che non sarebbero altrimenti possibili o ben viste nel mondo reale.

Centinaia di intrecci narrativi offrono infinite possibilità di “intrattenimento”: è possibile partecipare ad una caccia all’oro, fare sesso con delle prostitute, andare a caccia di taglie, partecipare ad un duello all’ultimo sangue e perfino uccidere, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Sì, perché gli “ospiti” possono uccidere i “residenti” come e quando vogliono senza alcuna ragione, mentre i “residenti” non possono fare altrettanto.

Un gioco che va oltre ogni limite, tutto sembra talmente reale e vivo che si fatica a distinguere ciò che è umano da ciò che non lo è.

Domanda e offerta.

Analizzando la storia, è chiaro fin da subito che, per quanto in alcuni casi sia profondamente immorale, il Parco sia solo la risposta a un disagio umano più grande.

Westworld offre l’opportunità di tirare fuori il nostro lato oscuro, le nostre fantasie, le nostre perversioni e le nostre frustrazioni, senza essere giudicati dal mondo reale. Ma Westworld può anche essere un’arma pericolosa, perché percorrere sentieri troppo profondi può farci scoprire cose su noi stessi che potrebbero non piacerci.

Ma si sa, l’uomo a volte ama andare oltre i limiti imposti dalla morale e dal “politicamente corretto” e forse, essendo questo un “gioco”, ci può stare. Del resto a pagarne le spese sono solo delle macchine costruite e assemblate in un laboratorio, che sì, muoiono, ma poi vengono rigenerate, resettate e riprogrammate per diventare qualcun altro. Le loro paure, le ansie, i dubbi o i ricordi pregressi non sono reali, sono stati impiantati, scelti da qualcuno per un fine narrativo ben definito.

I “residenti”, come Dolores Abernathy (Evan Rachel Wood), non sono in grado di pensare autonomamente e non possiedono una coscienza propria…

Ma è realmente così?

In alcuni dei residenti si riscontrano comportamenti anomali che non trovano spiegazione nella programmazione. Dolores per la prima volta inizia a porsi delle domande, capisce che ci sono delle scelte nella vita, ne è consapevole e vuole scegliere. Sa che lì fuori c’è qualcosa di più grande che la sta chiamando. Ma cosa? La Libertà forse?

“Da un po’ di tempo mi sembra come se il mondo fuori mi chiamasse come mai ha fatto prima”

Dolores Abernathy

di Simone Caputi